venerdì 8 novembre 2013

Aurora: sul viale del cinema e del tramonto

Aurora è un quartiere della VII Circoscrizione di Torino, molto vicino al centro storico cittadin, delimitato a nord da corso Vigevano e da corso Novara, a est dal fiume Dora Riparia, a ovest da corso Principe Oddone e a sud da corso Regina Margherita.
Il quartiere occupa oggi entrambe le rive della Dora Riparia nella parte bassa della città e si caratterizza per cinque nuclei nettamente distinguibili: il rione di Valdocco, particolarmente conosciuto per il santuario di Maria Ausiliatrice, il rione di Borgo Dora, l'abitato antico, individuabile nella zona dove si sviluppa il più popolare Mercato delle Pulci di Torino, (comunemente chiamato Balon e ospitato nelle strade attorno alla via San Giuseppe Benedetto Cottolengo), il rione di Porta Palazzo, sede del più grande mercato scoperto cittadino nonché, secondo molte statistiche, dell'intera Europa, ospitato in Piazza della Repubblica; il Borgo Rossini, zona prevalentemente di vecchia edificazione cresciuta con un mix fra residenza ed attività industriali, artigianali e commerciali che si va ridefinendo senza discontinuità traumatiche e il quartiere Porta Milano che gravita attorno alla storica Stazione di Torino Porta Milano, oggi sede del Museo Ferroviario Piemontese. A questi si aggiunge l'area della prima e seconda industrializzazione della città, racchiusa nel triangolo tra corso Vigevano, corso Giulio Cesare e la Dora.

Aurora è un quartiere ricco di edifici che attestano le molte trasformazioni subite dalle borgate che lo compongono nel corso di oltre tre secoli. Restano alcune tracce delle canalizzazioni e delle officine azionate dall'energia idraulica e gli edifici industriali testimoniano i mutamenti avvenuti nelle aziende dall'inizio del secolo. Dal tardo Medioevo, lungo un canale derivato dalla Dora e attualmente coperto, e che prese il nome di canale dei Mulini, si stabilì un primo nucleo di opifici dotati di ruote idrauliche. Esso prese consistenza tra il Seicento ed il Settecento insieme all'abitato fuori dalla porta Doranea (corrispondente circa all'attuale piazza della Repubblica). Nel borgo Dora avevano sede concerie, battitori da panno, peste da canapa e da olio; su essi dominava il grande complesso dei Molassi, i più importanti mulini per granaglie della città, di origine medioevale, ristrutturati nel Settecento. Vi erano inoltre due setifici, costruiti alla fine del Seicento, considerati come le prime industrie del Regno Sabaudo, di cui oggi non rimane traccia. Infine, qui sorgeva la Regia Polveriera, oggi trasformata in Arsenale della Pace, a cura del Sermig. Nel 1964 infatti, su iniziativa di Ernesto Olivero (bancario torinese), viene fondato a Torino il Sermig (Servizio Missionario Giovani), con l'obiettivo di aiutare i bisognosi in città. Nel 1983 il Sermig decide di investire sul quartiere che sta lentamente diventando uno dei simboli dell'immigrazione extracomunitaria e in particolare trasferisce la sua sede nel cosiddetto Arsenale della Pace: originariamente un'antica fabbrica di armi in disuso, dal 1983 grazie anche al lavoro gratuito di tanti giovani che credono nel progetto di Olivero, si trasforma in una sorta di monastero metropolitano aperto 24 ore su 24, punto di riferimento per i bisognosi in città.


Storico quartiere popolare, ricevette un intenso fenomeno di inurbazione dalla fine del XVIII secolo, in particolare sotto il regno del re di Savoia Vittorio Amedeo III. Intenso sviluppo ricevette anche durante gli anni della grande industrializzazione torinese (confinando tra l’altro con altri borghi tipicamente protoindustriali e popolari, come Vanchiglia – vedi itinerario Vanchiglia).
Nel 1850 Borgo Dora contava più di 20.000 abitanti, per gran parte operai, tanto da essere considerato il quartiere operaio più grande di Torino. Sul finire degli anni ottanta il quartiere, a forte impronta industriale, comincia un declino di residenti in concomitanza con la chiusura di molte fabbriche (su tutte la Fiat Grandi Motori di via Cuneo). Giocano sul destino del quartiere le dismissioni di imponenti fabbriche nei quartieri confinanti, soprattutto in Borgata Vittoria e San Donato. Negli anni ottanta viene chiusa anche la stazione di testa della ferrovia Torino-Ceres (stazione di Torino Porta Milano di corso Giulio Cesare), arrestando il capolinea alla stazione di Torino Dora GTT. Il quartiere è ad oggi a forte presenza extracomunitaria, così come i vicini quartieri di Barriera di Milano e di Vanchiglia.

Il primo percorso in Aurora parte di fronte alla chiesa di San Gioacchino, nata in sostituzione dell'antica chiesa parrocchiale del Balon dedicata ai SS. Simone e Giuda ed edificata su progetto dell'architetto Carlo Ceppi tra il 1876 ed il 1882. Semidistrutta da una bomba durante la seconda guerra mondiale (bombardamento del 13 luglio 1943), venne ricostruita nel 1946. È a tre navate, divise da colonne in marmo "rosso di Verona"; l'altar maggiore presenta un baldacchino di marmo; a capo delle navate laterali sono state ricostruite le Cappelle, rispettivamente dedicate al S. Cuore di Gesù ed al Cuor di Maria; il gruppo ligneo di "San Giuseppe e Gesù Bambino" è del Meissner (val Gardena), il pulpito in legno scolpito è dell'architetto Baiano. Gli affreschi della "Via Crucis", danneggiati, sono stati restaurati nel 1952 dal prof. Emilio Fiorio.

Proprio difronte al 15 di corso Giulio Cesare si trova Porta Milano: stazione rosso chiaro e beige, con una simmetrica facciata decorata con timpani neo-classici e liberty; un tempo stazione terminale della ferrovia Torino-Ceres, a collegamento delle Valli di Lanzo con il centro cittadino,  ospita oggi la sede distaccata del Museo Ferroviario Piemontese e l'officina manutentiva dei rotabili del Gruppo Torinese Trasporti.


Poco più avanti verso Nord, il Ponte Mosca è un ponte in pietra sulla Dora Riparia edificato tra il 1823 ed il 1830; sostituiva un vecchio e non più funzionale ponte in legno e prende il nome dall'architetto Carlo Bernardo Mosca che ne curò il progetto. Questo ponte che certamente rappresenta l'opera architettonica più ardita della Torino ottocentesca, è lungo 50 metri, ha una sola campata ed un arco fortemente ribassato. Per la sua realizzazione occorse modificare l'alveo della Dora Riparia nel tratto in prossimità del ponte e predisporre una particolare armatura che ne evitasse il crollo.


Proseguendo sulla ciclopedonale lungo la Dora, all’altezza della stazione GTT Dora di via Fiocchetto si incontra prima un enorme murales tatuato in bianco e nero sulla facciata di un palazzone in mattoni anni trenta e poi si prende corso XI Febbraio per raggiungere al 15 di via Fiocchetto il Centro Culturale Dar al Hikma, che in arabo significa Casa della Sapienza e che risponde in modo vario e complesso alla crescente domanda di servizi culturali e sociali a Torino da parte dei numerosi associati e dalla comunità immigrata di cultura araba e mediorientale in senso più generale. Il centro ha una duplice missione: da un lato far scoprire una modalità di approccio alla vita secondo ritmi più attenti al benessere della persona, attingendo a ciò che di meglio si può trarre da due culture diverse ma complementari come quella araba e quella italiana, contestualmente poi si vuole offrire assistenza a coloro che sono da poco tempo in Italia e che potrebbero avere bisogno di aiuto pratico e immediato per esempio grazie allo sportello assistenza immigrati Extrainforma dell’Ufficio stranieri del comune di Torino ed altri sportelli della VII Circoscrizione comunale ospitati all’interno del Centro.

Presso il Centro si trova un Hammam totalmente ristrutturato, luogo di benessere ma anche di incontro sociale, un ristorante che propone pranzi veloci a mezzogiorno e più sofisticati la sera con uno chef specializzato in cucina italiana e araba, una piccola caffetteria chiamata Il Caffè dei giornalisti, realizzata sul modello dei caffè orientali (con arredi che provengono infatti dal Marocco e non sono servite bevande alcoliche) e così denominato in virtù del legame con l’omonima associazione culturale di Torino, una biblioteca, l’emeroteca e una sala di lettura oltre che un’aula per lezioni e piccoli incontri specialistici.


Prima di ritornare su una delle arterie del quartiere, corso Regio Parco, si può dare un’occhiata veloce alle Torri Rivella all’incrocio tra il lungo Dora e corso Regio Parco: la coppia di edifici, amabilmente soprannominati "zuccheriere", prende il nome dal committente Francesco Rivella, che vi aveva trasferito la sede del suo noto atelier di pellicceria frequentato da una clientela di livello internazionale. Con la propria attività imprenditoriale Rivella portò siginficative innovazioni nel settore della pellicceria introducendo la tintura delle pelli di castoro nei colori al tempo più popolari e ricorrendo in modo massiccio alla pubblicità per promuovere i propri prodotti. I due edifici furono progettati nel 1929 dall'architetto Eugenio Vittorio Ballatore di Rosana, uno dei protagonisti del Liberty torinese noto per la sua esperienza in grandi strutture sportive grazie alla realizzazione dello Stadium e del Motovelodromo Fausto Coppi. Nelle Torri Rivella è stato riconosciuto l'intento di reinterpretare il concetto ottocentesco di accesso dei boulevards urbani (in questo caso corso Regio Parco), come già sperimentato nella stessa Torino in via Roma-piazza Carlo Felice e corso Gabetti. “È altresì nota la volontà di creare un'opera altamente simbolica e riconoscibile ma, al tempo stesso, capace di inserirsi in un contesto architettonico complesso, caratterizzato dalla vicina cupola guariniana del Duomo e dalla celeberrima Mole Antonelliana.”
Entrambi gli edifici contano otto piani fuori terra e i prospetti sono scanditi da fasce di intonaco grigio e laterizio rosso e si sviluppano su posizione angolare facendo della loro speculare simmetria il punto di forza. Pur assomigliandosi, sono in realtà molto diversi e differiscono prevalentemente nell'impianto decorativo di chiaro gusto Déco, nonché nel trattamento di spigoli e nella morfologia dei pinnacoli del corpo centrale.

Seguendo verso sinistra corso Regio Parco, si raggiunge il complesso ex Ceat, ora con uffici ENI (ex-Italgas), dalle forme razionali, grigie e marmoree. Il processo di deindustrializzazione che ha visto "scomparire" dal territorio urbano molte aziende manifatturiere ha liberato in questi anni notevoli spazi. Uno di questi, rappresentato dall', è stato utilizzato per realizzare abitazioni ed uffici.
Insieme a quello effettuato presso il Basic Village, l’intervento con cui ex fabbrica di pneumatici della Ceat è stata trasformata in uffici e abitazioni rappresenta la più significativa "modifica" dell'assetto urbanistico del quartiere. Da luogo di grande produzione materiale questa zona di Corso Regio Parco è diventata residenziale, ospitando però anche attività del terziario. Il risultato della trasformazione di quest'area, i cui lavori sono durati dal 2005 al 2008, sono 60 loft di varie dimensioni e 12 "ville urbane" realizzate sui tetti. La superficie complessiva degli spazi ricavati è di 13.500 mq, equamente divisi tra uffici e abitazioni. “La grande qualità dell'intervento di riqualificazione dell'edificio ha permesso di mantenere intatta la struttura originaria e di "alleggerire" la sua imponente presenza grazie all'accorto uso di colori e materiali. L'intervento ha utilizzato soluzioni tecniche innovative (uso dell'acqua di falda per rinfrescare l'edificio durante il periodo estivo; pareti ventilate con rivestimenti in Alucobond e vetrate basso-emissive dotate di paratie regolabili elettricamente).” La realizzazione è avvenuta ad opera dell’azienda di costruzioni DE-GA S.p.A. che è poi diventata anche partner dell'operazione immobiliare.


Passeggiando attraverso il vialetto pedonale a schiena d’asino di corso Regio Parco, fatto di ciottoli, panchine e alberi, l’atmosfera cambia e sembra quasi di trovarsi in un boulevard alberato parigino solo un po’ più stretto. A questo punto le deviazioni consigliate sono due: in via Parma, 33 (subito dopo via Foggia) si può vedere l’intervento dell’artista fiorentino Vittorio Corsini, curato da Francesca Referza per i due studi torinesi di architettura BSA (Bottega Studio Architetti) e Giacosa-Palitto (giacosapalitto): una palazzina la cui facciata è stata trasformata grazie a una “pelle” in acciaio corten e in cui i quattro balconi fungono da elementi poetici. Ognuno recita parole diverse: UNO-ODO, DUE-SENTO, TRE-ASCOLTO e nel quarto I GOT IT. L’illuminazione serale bianco-latte evidenzia le scritte sulla facciata scura. “Si tratta del primo intervento di un progetto la cui firma distintiva sarà costituita proprio da una “seconda pelle” d’autore che rivestirà gli edifici degradati della città riqualificandoli sotto il profilo estetico”; poco prima, infatti, una casa ad angolo con un giardino al posto del tetto e una trama d’acciaio a nido d’ape al posto delle pareti esterne.

Per la seconda, occorre svoltare in via Pisa e percorrerla quasi tutta fino a incontrare via Bologna: qui infatti è statto fissato un nuovo tassello del progetto Nuvola, sotto la guida Lavazza. Il nuovo quartier generale di uno dei marchi che hanno fatto la storia del caffè italia­no sorgerà in quella che è stata ribattezzata come la prima "smart street" italiana con spazi verdi, impianti di illuminazione led a basso consumo, panchine, rastrelliere e connessio­ne wi-fi libera.
Il nuovo centro direzionale Lavazza raggrupperà 500 dipendenti torinesi, re­cuperando così parte del complesso storico dell’area che ospitava la vecchia centrale elettrica Enel. Il progetto complessivo prevede una riqualificazione da 19mila metri quadri firmata dagli architetti Cino Zucchi e Cristiano Picco. Oltre 2.500 saranno destinati all’attività didattica, ad esposi­zioni, conferenze e laboratori.
Dal 4 ottobre è già attiva al n° 5 la nuova sede la nuova sede di IAAD, Istituto d'Arte Applicata e Design di Torino, nella parte già ristrutturata (la prima) sempre nel progetto di Cino Zucchi e Cristiano Picco di quello che diventerà il centro direzionale Lavazza. Con l’occasione dell'inaugurazione della nuova sede sono organizzate anche due mostre: una dedicata ai progetti degli studenti IAAD, con lavori per Poltrona Frau e Lamborghini; e una mostra di Lavazza sul progetto Nuvola per la riqualificazione del Quartiere Aurora.


Si ritorna su corso Regio Parco e precisamente nella rotonda all’incrocio con corso Verona, ma si rimane in ambito artistico con il tram stanziale del progetto Diogene, dove ha sede la Residenza Bivaccourbano che si pone all’interno del panorama di residenze internazionali e diventa in tal senso una sorta di botte di Diogene, nella quale l’abbandono di tutto ciò che è superfluo lascia spazio alla pratica del fare, della pratica e della riflessione tra artisti.
Il progetto Diogene Bivaccourbano intende favorire lo scambio e la mobilità degli artisti, riducendo le strutture dedicate a tale scopo a pochi elementi essenziali, individuando e avvalendosi della rete preesistente di servizi pubblici di Torino, al fine di limitare i costi e convogliare le risorse nella realizzazione di una struttura abitativa essenziale, evitando la costruzione e la gestione di sistemi permanenti complessi.
Il programma Diogene Bivaccourbano può ospitare da uno a tre partecipanti che verranno selezionati da una commissione formata dagli artisti componenti del progetto Diogene. Il periodo di residenza ha una durata massima da sei a nove settimane e l’organizzazione offre ai partecipanti tutto il supporto logistico ed economico necessario per la realizzazione del proprio progetto e lavorerà alla creazione di una rete di relazioni con le istituzioni e i soggetti dell’arte contemporanea.
Gli artisti invitati, durante la permanenza in città, risiedono quindi all’interno del bivacco (Tram) progettato e costruito dal gruppo Diogene e hanno a disposizione un kit che garantisce l’autosufficienza del modulo abitativo (un pannello fotovoltaico a 12 volt, una stufa e un fornello a gas, un wc chimico-portatile, doccia), una mappa della città con le indicazioni dei servizi esistenti.

Poco oltre a sinistra la struttura gialla a ponte è il Basic Village, sede del gruppo BasicNet, che è stato il primo esempio di un grande intervento di riqualificazione di una fabbrica nella zona Nord di Torino. La costruzione dell'edificio industriale originario (dove lavoravano i telai del vecchio Maglificio Calzaturificio Torinese), avvenuta a più riprese tra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso, rispetta i tipici canoni delle costruzioni industriali del tempo. La struttura comprende oggi 20.000 mq di esercizi commerciali, bar, ristorante e altre attività con una singolare l'interpretazione  dei piani alti dell'edificio, dove sono stati ricavati spazi verdi. All'interno del suo perimetro sono stati anche ricavati alcuni loft e uffici.

Prima di girare in via Padova e inoltrarsi nel cuore storico del quartiere, si può osservare sulla sinistra, poco dopo il Basic Village, l'edificio ideato dall'architetto Carlo Pession su commessa dello studio specializzato in marchi e brevetti Jacobacci&Partners dove un tempo sorgeva un'officina artigianale con annessa abitazione.
In due fasi successive è stato realizzato sul lato verso il viale un edificio per uffici di sette piani ed un corpo più basso a "C" di tre piani fuori terra affacciato sul cortile interno. Caratteristica la posizione decentrata dei due ingressi: quello principale, rivolto verso la città, è coronato da una pensilina metallica a forma di onda che penetra all'interno dell'edificio ancorandosi alla colonna libera d'angolo. Con la sua leggera sporgenza la pensilina invade lo spazio della strada e contribuisce a segnalare la presenza dell' edificio. Attualmente l'edificio è sede del Centro Estero per l'Internazionalizzazione, organizzazione che si occupa di promuovere all'estero le imprese piemontesi.

Quasi all’angolo con via Padova, in via Cagliari al n° 42 si trova la “casa" del cinema di Torino: il Cineporto, anche se il nome corretto è Casa dei Produttori, la nuova sede del centro servizio della Film Commission Torino Piemonte che ha trovato collocazione nella la cittadella del cinema ospitata in un edificio dove si svolgeva l'attività imprenditoriale della famiglia Colongo. Il complesso è stato realizzato tra il 1908 e il 1915 su progetto di Giuseppe Momo. Dopo un lungo periodo di abbandono l'edificio è stato completamente recuperato, nel pieno rispetto delle caratteristiche e dell'identità dell'architettura originaria.
L'edificio si estende oggi su una superficie di 9.000 mq, suddivisi in 18 blocchi comprensivi di uffici per le produzioni ospiti (fino a 5 in contemporanea), sale costumi, attrezzeria, lavanderia, sala casting e una sala cinema (il Movie) che ospita conferenze, la visione dei giornalieri e proiezioni in 35 mm e Digital Video. La struttura è parzialmente aperta al pubblico. La Piola del Cine, ristorante tipico piemontese collocato al suo interno, offre ristoro ai lavoratori che occupano La Casa dei Produttori e alla gran mole di comparse e visitatori che quotidianamente transitano nell'edificio e organizza spesso cene a tema nell’ambito della cucina piemontese.


Il legame della zona con il cinema è dimostrato anche dalla presenza in via Mantova, 38 dell’ex-stabilimento Ambrosio, storico teatro di posa dell'Ambrosio Film, tempio del cinema muto costruito su progetto di Pietro Fenoglio nel 1911, che , ristrutturato, dal 2001 ospita il teatro L'Espace e la Compagnia Sperimentale Drammatica e la sua ricca programmazione, nonché importanti manifestazioni di respiro internazionale, rassegne e festival. Nel 1911 la casa di produzione Ambrosio decise di costruire nuovi impianti riadattando ad altri usi il vecchio stabilimento; il nuovo lotto è a poche decine di metri dal vecchio studio, compreso fra le vie Mantova e Modena e la riva della Dora. Il nuovo complesso, edificato da Pietro Fenoglio, appare concepito con buona conoscenza dei problemi tecnici, risolti con alcune brillanti soluzioni. Fenoglio imposta il gran teatro di posa con robusti pilastri di ferro a reggere le incavallature del tetto vetrato a due falde sormontato da un lucernario; il teatro, sopraelevato rispetto al terreno, sorge su un basamento in cemento armato, sotto il quale si trova uno spazio di uguali dimensioni, adibito a laboratorio e magazzino degli scenari, spazi collegati da un montacarichi che permette la comunicazione attraverso una botola. La palazzina destinata a ospitare gli uffici e alcuni laboratori tecnici era attigua al teatro di posa; affacciata su via Mantova, a due piani fuori terra, la costruzione presenta oggi una facciata inalterata dall’epoca di costruzione. Al di là di un ampio cortile, un altro corpo di fabbrica, affiancato su via Modena, ospita laboratori e garage; in fondo al cortile, un terzo fabbricato, a uso magazzino, collega le due ali del complesso. L’ampio spazio compreso fra i tre fabbricati è aperto sul quarto lato verso il fiume, da cui è separato solo da un argine erboso, fornendo in tal modo buone possibilità per le riprese in esterni.
Nella palazzina di via Mantova, al piano terreno erano collocati gli uffici di Ambrosio, Omegna, Frusta, Rodolfi e dello scultore Ridoni, quest’ultimo attiguo ad una stanza destinata ai pittori scenografi; al primo piano, spazi per gli operatori e i fotografi, e una piccola camera oscura per prova di sviluppo. Gli altri corpi di fabbrica ospitano, al piano terreno, officine e laboratori d’ogni tipo, mentre al piano superiore trovano posto il laboratorio di sartoria e il guardaroba, in comunicazione con i camerini e gli spogliatoi per gli attori e le comparse; attraverso una grande scalinata i camerini comunicano direttamente con il teatro di posa.
Lo spazio sottostante è stato rilevato recentemente, con i locali collegati, dalla Compagnia Sperimentale Drammatica - Teatro l'Espace, diretta da Beppe Bergamasco e Ulla Alasjärvi, e trasformato in un centro di spettacoli e di studi. Un’architettura industriale dei primi del Novecento, ora completamente ristrutturata con i contributi della Regione Piemonte, Comune di Torino, della Compagnia San Paolo e della Fondazione C.R.T. e trasformata nell’Espace, struttura polifunzionale adatta a rispondere alle più svariate tipologie di eventi e di pubblico.


Per una pausa supergolosa, il Bar Caffetteria Torre serve una delle granite siciliane piu buone di Torino da consumare in loco oppure all’ombra del viale alberato di Corso Regio Parco; i gusti top: mandorla e cioccolato.


Per uno spuntino etnico si può scegliere tra il ristorante marocchino El Andalus, all’interno del Centro Culturale Dar al Hikma di via Fiocchetto, 15, interessante soprattutto a pranzo offrendo un buffet con delizioso couscous di carne e verdure (ma è possibile scegliere tra varie carni, verdure e frutta), acqua e caffè a 7,50; oppure per il più raffinato e sontuoso, e altrettanto buono, ristorante indiano Gandhi al n° di 25 di Corso Regio Parco: uno dei miei preferiti di cucina indiana a Torino ed eletto qualche anno fa’ miglior ristorante indiano di Torino dalla Guida "I Ristoranti d'Italia 2013" - gruppo editoriale l'Espresso. 
Per una buona pizza napoletana, il locale è F.lli La Cozza in Corso Regio Parco, 39 all’interno del sopraccitato Basic Village; rimanendo nei pasti low cost, Aurora offre due trattorie popolari ed economiche: Trattoria Primavera in via Perugia, 19 che offre una cucina semplice e tradizionale con una buona scelta di piatti sardi (culurgiones, malloreddus, seadas, carne di cavallo alla griglia) e la Trattoria Bologna in via Bologna, 27 altrettanto semplice e popolare con piatti di derivazione piemontese (antipasti) e toscana (primi, carne e pesce).



Per il percorso completo e ulteriori approfondimenti: 
L'altra Torino. 24 centri fuori dal centro
http://it.wikipedia.org/wiki/Aurora_(Torino)

lunedì 4 novembre 2013

Barriera di Milano: sapori di confine e socialità

La Barriera di Milano è un quartiere popolare della VI Circoscrizione di Torino, delimitato a nord da via Sandro Botticelli, a est da corso Regio Parco, a ovest da corso Venezia e a sud da corso Vigevano e da corso Novara.
Sorto in una zona originariamente industriale e proletaria, Barriera di Milano confina dunque con i quartieri di Rebaudengo (lato nord), Regio Parco (lati nord ed est), Aurora (lato sud) e Borgata Vittoria (lato ovest). Tradizionalmente noto come la Bariera dl'Emme secondo il vecchio uso torinese, ad oggi il quartiere è anche conosciuto semplicemente come Barriera dai suoi residenti.


Il quartiere di Barriera di Milano cominciò a prendere forma nella seconda metà del XIX secolo, a seguito della costruzione della prima cinta daziaria di Torino. Eretta a partire dal 1853 allo scopo di garantire il controllo doganale sulle merci in entrata, la cinta muraria separava fisicamente l'abitato interno alle sue mura, costituito dal centro storico e dai quartieri limitrofi, dalle campagne e dai territori prevalentemente agricoli presenti sino ad allora nella periferia cittadina.
L'ingresso in città, relativamente alla sua parte cintata, era reso possibile dalla presenza di varchi, detti "barriere", che assicuravano il pagamento del dazio. Fra le tante barriere costituite lungo il perimentro delle mura, la più famosa e storicamente quella di maggior rilievo fu la barriera eretta nell'attuale piazza Crispi, lungo l'allora strada Reale d'Italia (oggi corso Vercelli), e chiamata appunto "barriera di Milano" (giacché guardava alla strada per il capoluogo lombardo).


Quartiere di particolare interesse industriale ed economico già dopo i primi anni sessanta, in contrapposizione con il quartiere Mirafiori della zona sud di Torino e sede della Fiat Auto SpA. I primi importanti stabilimenti industriali si insediarono però già a partire dalla fine del XIX secolo, con la Fiat Grandi Motori (la storica marca GM, 1905) e diverse industrie tessili, nonché l'industria dei pneumatici CEAT, in Via Leoncavallo, aperta nel 1939 e la cui produzione cessa nel 1979, con definitiva chiusura nel 1982 e riconversione dell'area ad abitazioni e servizi civici. In corso Vigevano era presente dagli anni trenta il biscottificio Wamar, nato nel 1922 in un laboratorio di pasticceria artigianale in via Susa, e specializzato nella produzione industriale di wafer, frollini e biscotti. Chiude, dopo alterne vicende, nel 1991 e gli spazi ora sono occupati da attività commerciali e di servizi.
Sempre in ambito industriale, in una delle tre vie principali del quartiere, corso Vercelli, ha sede la Fiat Fonderie (in passato fabbrica, ora solo uffici); in via Cigna ha invece sede l'importante ditta di trasporti e logistica Gondrand SpA; in via Bologna hanno sede le Fonderie Subalpine SpA e la ditta di telecomunicazioni e citofonia URMET; in Corso Novara ha sede lo stabilimento della società produttrice di caffè Lavazza SpA, nonché è presente da sessant'anni la Quercetti, società leader dei giocattoli educativi nel mondo .
In Corso Giulio Cesare 89 è presente la storica esposizione di Biliardi Deagostini, il cui laboratorio di produzione è presente da cinquant'anni in Via Baltea.
Da qualche anno è iniziata un’interessante attività di recupero architettonico degli edifici industriali dell’area all’Ex-Fiat Grandi motori, su via Cervino, trasformati in interessanti loft utilizzati oggi da artisti, agenzie di comunicazione e design, magazzini e show-room commerciali.

In zona ha sede anche l'importante polo culturale e sociale dei Docks Dora (il cui nome esteso era Docks Torino-Dora) struttura nata agli inizi del novecento, raccordato in origine alla ferrovia Torino-Milano, e dismesso dagli anni sessanta è ancora oggi al centro di costante interesse architettonico e sociale vista la quantità di locali commerciali, di terziario, culturali e di intrattenimento e circoli sorti o rinnovati nel corso della riqualificazione del quartiere.
I magazzini Dora furono costruiti fra il 1912 e il 1914, in concomitanza con la nuova cinta daziaria di Torino (la cosiddetta cinta Rossi, anch'essa del 1912). L'area scelta per la loro costruzione non fu casuale, in quanto prossima sia alla ferrovia sia a molte delle più grandi industrie cittadine dell'epoca.
Al pari dei coevi Docks Porta Nuova (attuale piazza Carducci), il nuovo impianto mercantile offriva servizio di custodia e conservazione merci - soprattutto generi alimentari - in franchigia daziaria. Diverse furono le funzioni assolte dai magazzini, che fra l'altro contavano torrefazioni e attività di lavorazione enologica e dolciaria. I locali interrati ospitavano vini e formaggi, mentre una cella frigorifera occupava un'intera manica e riforniva di ghiaccio la città. I vagoni, inoltre, giungevano nello scalo grazie a un raccordo con la rete ferroviaria e un sistema di binari a giro, che permettevano di scaricare le merci direttamente in banchina.

I magazzini generali rimasero in attività per tutto il primo Novecento e per un paio di decenni del secondo dopoguerra, andando incontro alla dismissione negli anni sessanta.
Ormai dismessi dalla loro funzione originaria, i Docks Dora non tardarono a rianimarsi di vita nei decenni successivi. Al loro interno, a partire dagli anni ottanta, si contano diversi generi di attività che da ambiti quali il commercio e il terziario spaziano in manifestazioni artistico-culturali e forme di intrattenimento. Sede di gallerie d'arte contemporanea, circoli privati, studi di artisti e musicisti, sale di prova e di registrazione, studi di architettura, locali notturni, questo e altro ancora hanno ospitato i vecchi magazzini.
Vale la pena, a tal proposito, ricordare i club notturni che hanno animato le serate dei Docks, locali particolarmente cari alla scena musicale torinese e al nightclubbing degli anni novanta. A cavallo fra i due secoli i Docks Dora furono un vero e proprio punto di riferimento per la cultura underground e postindustriale di Torino.


A seguito di una delibera comunale datata 30 ottobre 1912, la Società anonima Cooperativa dei Docks Torino-Dora costituì i nuovi magazzini generali a nord del fiume Dora, affidandosi alla progettazione dell'ing. Ernesto Fantini e alla costruzione edile dell'impresa Porcheddu. L'impresa Porcheddu all'epoca era concessionaria del sistema Hennebique, un innovativo sistema edilizio basato sui primi utilizzi del calcestruzzo armato; fu proprio a questo sistema che si ricorse nella costruzione dei Docks Dora.
Il corpo dell'edificio, i cui prospetti si presentano in mattoni rossi a vista, risulta diviso in due aree principali: quella a sud, formata da quattro padiglioni disposti a tridente (i primi tre si affacciano direttamente sull'ingresso); quella a nord, nella parte retrostante del complesso, composta da fabbricati paralleli di differenti altezze. Di particolare rilievo è l'ingresso dei magazzini posto su via Valprato, su cui campeggia la scritta "Magaz. Dora MCMXII". Molto suggestiva e dotata di portineria, quest'area è coperta da un elegante velario in vetro e calcestruzzo armato, che, grazie alle sue complesse strutture reticolari, consente un'illuminazione diffusa nella zona d'accesso.


Altra presenza industriale storica della Barriera era la Ceat (acronimo di Cavi Elettrici e Affini Torino): una società italiana produttrice di cavi e di pneumatici, seconda industria della gomma in Italia dopo la Pirelli. Venne fondata nel 1924 da Virginio Bruni Tedeschi, nonno della regista e attrice Valeria Bruni Tedeschi e della modella e cantante Carla Bruni. La fabbrica di pneumatici, aperta nel 1939, come produzione di maschere antigas, si trovava nel quadrilatero compreso tra via Leoncavallo, via Bioglio, via Ternego e via Pacini e venne chiusa nel 1979; parte dell'area venne acquisita dal comune di Torino per costruire abitazioni e servizi ed il marchio CEAT divenne di proprietà della Pirelli. Su quest’area nasce nel 2001 in via Leoncavallo 27 Casa Acmos: all’interno della fabbrica abbandonata divenuta rifugio per i senza tetto e i tossicodipendenti il Gruppo Abele aprì un Centro Crisi e un Drop in, dove nel 2001 viene accolta anche Acmos.
Casa Acmos, prima esperienza comunitaria di Acmos, è uno spazio dove sperimentare la convivenza tra le persone, partendo, prima di tutto dalla condivisione della vita quotidiana.
I quattro pilastri su cui si basa la vita comunitaria sono: formazione permanente, attenzione ai consumi, risoluzione non violenta dei conflitti e accoglienza.
Alcuni membri dell’associazione vivono la comunità tutto l’anno accogliendo i Gec che trascorrono due settimane dell’anno in Casa Acmos, in cui sperimentano la vita comunitaria e imparano a vivere insieme, a condividere il ritmo di una giornata normale, trovando i compromessi tra i propri interessi, le proprie abitudini e quelle degli altri.
Sempre sull’area ex- Ceat è stato inaugurato a settembre 2012 spazio verde di 16mila metri quadri con spazi a prato, nuove alberature e arredi, giochi per bambini e adolescenti e un percorso fitness per la terza età. L’intervento, avviato dal 2007 e più volte rallentato per la necessità di compiere approfonditi lavori di bonifica ambientale, è stato completato nell’ambito del Programma Urban Barriera di Milano e si configura come primo tassello della riqualificazione che interesserà gli spazi verdi della zona est di Barriera di Milano e che verrà portata a termine entro il 2014.


Barriera di Milano è anche sede, ancor oggi in via di sviluppo, del settore terziario e mercatale. Vi sono infatti quattro importanti mercati rionali aperti tutta la settimana, precisamente in Via Porpora, Piazza Crispi, Piazza Foroni e Corso Taranto .


Di particolare interesse è soprattutto il mercato di piazza Foroni, chiamata comunemente piazzetta Cerignola per la ricca presenza in zona di immigrati pugliesi che hanno fortemente modificato gli usi alimentari della zona e la tipologie di verdure, frutta, formaggi e insaccati che qui si trovano con maggior facilità; non a caso si incontrano in zona a breve distanza dal mercato due eccellenze in materia di panificazione pugliese: il Tarallificio Il Covo in Piazza Cerignola/Foroni, 2 dove i taralli o scaldatelli (nelle versioni semplici, con finocchio, cipolle o piccanti) sono di una freschezza tale che il sabato mattina il titolare Nicola Natalicchio non fa quasi tempo a sfornarli e impacchettarli espressi che sono già terminati, poco distante nel Panificio Pugliese in Via Crescentino, 4 viene preparato il pane (solo in ciambelle o forme da uno o mezzo kg) e focaccia con farina di semola rimacinata che viene fatta arrivare direttamente da Altamura; ottimi anche i prodotti confezionati come i biscotti all’olio d’oliva e scaldatelli con la glassa, sempre freschissimi. Difronte al Tarallificio Il Covo, Filippa Bellotti, di origini romagnole e in città dal 52, gestisce il piccolo ma ricco negozio con prodotti naturali e biologici in vetrina, L’angolo della Natura, e dispensa generosi consigli nell’ambito dell’erboristeria e della macrobiotica, accumulati nella sua esperienza quasi trentennale.
Rimanendo in tema di segnalazioni alimentari: la pasticceria Micci in corso Vercelli 108/d, specializzata in pasticceria siciliana catanese ed eccellenti cannoli alla ricotta riempiti al momento e la storica enoteca Prunotto in corso Vercelli 70 da segnalare per l’atteggiamento rilassato e cordiale dei giovani gestori (eredi Prunotto) e la possibilità di acquistare ottimo vino sfuso.

Effettivamente l’anima commerciale è una delle rivelazioni del quartiere e un arma per la sua ripresa anche nell’ottica del progetto Urban Barriera; ha sede in zona in via Sesia, 23/B la bottega di un vecchio ombrellaio, uno dei più vecchi di Torino e d’Italia con un’attività (quella del bisnonno risalente al 1890) che con un rinnovamento e arricchimento di campionario (100 manici, 63 tessuti, centinaia di bordure, oltre 200 ricami, aste e finiture di tutti i tipi) è arrivato fino ad oggi lavorando per lo più su ordinazione del cliente (di tutta Italia) o riparando modelli più o meno d’epoca; 


in corso Palermo, 110/C La Migliore fabbrica da anni cassette della posta (in vetro e alluminio, dorato o d’argento) per i palazzi della città, poco prima il ciclista del quartiere, Riparazioni bici, al n° 99 di corso Palermo dove dal 1960 il vecchio padrone Giulio e successivamente l’attuale titolare Domenico Varesano aggiusta le bici del quartiere, come nelle officine artigianali del tempo; al 16 di via Valprato Con.sel è un autoselleria (come l’ombrellaio di via Sesia, eccellezza artiginale della Regione Piemonte) che confeziona e ripara sedili, fodere e interni per automobili e e ospita anche mobili e letti ricavati da sedili di vecchie auto.


Quattro sono le arterie che attraversano Barriera di Milano verticalmente e attorno a cui ruota la vita sociale ed economica del quartiere: corso Giulio Cesare, corso Vercelli, via Cigna e via Bologna; corso Giulio Cesare è l’asse portante che collega il quartiere da nord a sud dall'inizio dell'autostrada Torino-Milano al centro città (la "barriera" ai limiti del quartiere Aurora) con una discreta quantità di negozi e di servizi e vede nella chiesa cattolica Maria Regina della Pace un centro religioso di un certo interesse architettonico e storico tempio dall'architettura bizantineggiante su un impianto a croce greca; inaugurata del giugno 1901, fu gravemente danneggiata dai bombardamenti e in seguito ricostruita. Anche corso Vercelli unisce la zona nord e la zona sud del quartiere con molte bar e attività commerciali, nonché luoghi di ritrovo, danno alla via un certo interesse; la via presenta una stile architettonico molto semplice risalente agli anni cinquanta/sessanta.; via Cigna (assieme a corso Giulio Cesare) collega il quartiere con il centro cittadino (distante appena 4 km) e oggi sede di importanti cambiamenti strutturali con i lavori di rinnovamento da parte del comune; via Bologna, ancora oggi rappresenta un importante insediamento industriale: vi risiedono infatti molte piccole e medie aziende del settore elettronico, telecomunicazioni e tessile; in via Gottardo, nei pressi di piazza Donatori di Sangue, ha sede l'Ospedale "San Giovanni Bosco", tra i più importanti della città di Torino, nonché centro di referenza per la periferia e l'"hinterland" nord. 


I Bagni Pubblici di via Agliè, dove tra l’altro la struttura è rimasta tale al piano terreno, dove è attivo dal 2006 il servizio di docce a pagamento dal lunedì al sabato, sono una Casa del Quartiere, realizzata grazie al Contributo della Compagnia di San Paolo in collaborazione con la Città di Torino e la VI Circoscrizione e si colloca a pieno titolo nel progetto Urban Barriera, finanziato dalla Città di Torino, dalla Regione Piemonte e dalla Comunità Europea, un programma di sviluppo urbano che opera sul piano fisico, economico, sociale e interviene sul territorio favorendo la collaborazione e l’interazione propositiva tra tutti i soggetti attori e beneficiari della riqualificazione con il fine ultimo di innescare un processo di miglioramento complessivo dell’area di Barriera di Milano; Urban Barriera (il cui sportello aperto al pubblico è in Corso Palermo, 122) è l'ultimo nato dei programmi di rigenerazione urbana messi in campo dalla Città di Torino, e raccoglie la ricca esperienza maturata a partire dalla metà degli anni Novanta con progetti quali The Gate a Porta Palazzo o Urban 2 a Mirafiori. Tecnicamente si tratta di un PISU, un Programma Integrato di Sviluppo Locale; il piano, che ha un costo complessivo di 35 milioni di euro, è stato redatto dalla Città di Torino e finanziato per 20 milioni dalla Regione Piemonte mediante la gestione dei fondi europei Por Fesr 2007-2013, e per la restante parte da fondi comunali o provenienti da ulteriori accordi con Stato e Regione per la realizzazione di interventi specifici.
L’obiettivo dei Bagni di via Agliè, nell’ottica di Urban Barriera, è di incontrare artisti in giro per la città, con lo stesso principio naturale e spontaneo degli incontri umani e invitando all'incontro tra culture e stili, promuovendo l'arte come luogo di incontro e non a caso l’area delle docce non in più in uso viene spessso utilizzata per mostre temporanee spesso legate all’interculturalità. All’interno dei Bagni di Via Agliè è inoltre presente uno sportello di informazione e orientamento che si occupa fondamentalmente di accompagnamento alla ricerca del lavoro, orientamento ai servizi della città, accompagnamento alla ricerca della casa, assistenza per problematiche legali in collaborazione con la Pastorale Migranti che ha un servizio di sportello legale rivolto alle problematiche sull’immigrazione molto efficiente e raccolta di informazione e divulgazione di eventi culturali.

Altro importante centro di socialità ed educativa territoriale è l’Oratorio Salesiano Michele Rua,  sorto nell'anno 1922 in Via Giovanni Paisiello, allora completamente in mezzo a prati, con la Chiesa che dal 1958 è stata elevata a Parrocchia; è sempre stato un importante punto di aggregazione giovanile e popolare, con l'ampio cortile per i giochi e la Scuola Media, i campi sportivi di calcio, pallacanestro e pallavolo, il teatro con spettacoli periodici, il cinema, funzionante dal 1952, prima parrocchiale ed ancora oggi esistente, unico rimasto tra i cinema della "zona".
In Via Cherubini è presente ancora, seppur ristrutturata, parte della storica cascina Brunè o Brunero che risale perlomeno al Seicento, in quanto è ben visibile nelle mappe dell’assedio di Torino del 1706 sotto il nome di “Pietro Brunero; trasformata in edificio residenziale a inizio Novecento, conserva ancora in parte l’aspetto rustico originario anche dopo l’ultima ristrutturazione”. Nel 1706 la cascina viene occupata dai francesi ed è sulla linea di controvallazione che unisce il Regio Parco, le cascine Gioia, Bruné, Benso, Violino, Marchesa, Scaravella.

Al n° 141/7 di corso Vercelli si trova la Biblioteca Civica Marchesa situata in una una parte dell’edificio che trae origine da una vecchia cascina, indicata nella seconda metà del XVII secolo come “La Florita” dal nome della proprietaria, la Marchesa Cristina Carlotta Fleury Biandrate di San Giorgio, ed in seguito chiamata “Marchesa”, la quale venne acquistata e fatta ristrutturare dal Comune di Torino nel corso degli anni Settanta. La biblioteca “Cascina Marchesa” fu inaugurata nel gennaio 1981.
Barriera è anche musica come dimostrano il jazz club Le Ginestre, che dal 1987 in Via Valprato, 15 è uno dei centri musicali del quartiere e organizza, tramite l’associazione Valprato15, un programma live e molte iniziative nel quartiere come Jazz in strada e Jazz in barriera; ai confini del quartiere, sempre in tema musicale, troviamo invece in Via Cigna, 211 lo sPAZIO211 che si definisce “un’oasi alternativa a libera vocazione artistica” dove è possibile ascoltare “la quintessenza della produzione Rock indipendente di prima classe degli ultimi anni in una delle pochissime lande rimaste preservate dal mainstream”.

Seguendo via Sempione, tra via Monterosa e via mercadante, si incontra un giardino alberato, con giochi per bambini, di fronte all'Ospedale San Giovanni Bosco, che è stato dedicato dal Comune di Torino, durante una celebrazione tenutasi il 14 marzo 2008, a Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, attraverso un progetto realizzato dai bambini delle scuole medie ed elementari coordionati da libera e casa Acmos: un serie di mattonelle bianche con disegni di mani e piedi e parole come ‘libertà’ e ‘giustizia’ con il senso di un ‘passato’ che deve lasciare il segno.

Anche dal lato gastronomico, Barriera di Milano nasconde piacevoli sorprese che spaziano dalla tradizione all’etnicità: si trova infatti in zona una delle migliori trattorie di Torino: Bon Bon in Via Renato Martorelli, 43; è una sicurezza infatti venire a mangiare qui per assaporare la cucina qui preparata ad arte e con la giusta dose di originalità ed estro. Si può mangiare alla carta, ma è molto più interessante affidarsi a uno dei menù proposti che permettono di assaggiare le tante sfaccettature della cucina del Bon Bon: menù antipasti a 20 euro (10 antipasti a scelta + dessert), menù degustazione completo a 22 euro (4 antipasti + 2 primi + 2 secondi + dessert ) o menù degustazione un po' meno a 19 euro (4 antipasti + 2 primi o 2 secondi + dessert), in ogni caso la qualità dei piatti è sempre ottima; per gli antipasti, si possono assaggiare involtini di peperone con tomino fresco, vitello tonnato, polentina con funghi e salsiccia, crostone con speck e tomino stagionato, carne cruda, crostino con lardo di Arnad al miele e nocciole, lingua al verde, voul-au-vent erbette e fontina, sformato di radicchio con gorgonzola e (sempre presente) brie fritto con confettura di mirtilli, come primi: risotto ai funghi, delicatissimi maltagliati (fatti in casa) con verdure e salame d'oca, gnocchi di patate (anche questi fatti in casa) al castemagno, come secondo: ottima tagliata  con rucola e parmigiano in scaglie e come dessert: panna cotta, bunet, pera cotta nel vinom , ma il must resta il tradizionalissimo e immancabile 'cremino al caffè'. Qualità e quantità: gli ottimi piatti vengono infatti serviti in porzioni più che abbondanti e anche il nome della trattoria sembra dovuto prprio all’espressione dialettale dell’ospite sazio difronte l’ennessima portata: bon, bonbasta in piemontese. 


Per rimanere nella tradizione non male anche la Trattoria ‘l Ciau Turin in Corso Giulio Cesare 174 che offre un’ottima scelta di piatti tipici piemontesi a prezzi contenuti (antipasti, gnocchi, angolotti, stracotti, …). 


Se si vuole invece provare una cucina etnica non così comune in città si può passare a trovare Lizzy che nella sua gastronomia Lizzy Kitchen (originariamente in S.Salvario e da qualche anno in Barriera) offre i piatti – essenzialmente take-away – della saporita e super speziata cucina nigeriana: il miglior biglietto da visita, il buon umore e il grandissimo sorriso di Lizzy!




Per il percorso completo e ulteriori approfondimenti: 



   

martedì 29 ottobre 2013

Crocetta: la 'città dei ricchi' tra liberty, arte e cultura

Il secondo percorso in Crocetta incomincia all’insegna dell’arte contemporanea presso la GAM lasciando alle spalle il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II , primo re d'Italia, all'incrocio tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris. Il nomumento voluto e pagato a spese proprie dal suo figlio re Umberto I, in bronzo e granito, è opera dell'architetto Pietro Costa. Fu eretto tra il 1882 ed il 1899 tra molte difficoltà e contrasti con il municipio di Torino evenne inaugurato il 9 settembre 1899 a venti anni dalla morte del re con grandi festeggiamenti il giorno dell'inaugurazione: corso Vittorio Emanuele II e via Roma furono illuminati a festa. La statua del re si innalza maestosa su alte colonne doriche. Nei gruppi scultorei collocati alla base del monumento sono rappresentati: l'unità, la fratellanza, il lavoro e la libertà. Per la sua altezza (39 metri) viene popolarmente chiamato "il re sui tetti" oppure, dai torinesi, "Barba Vigiu".

La Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, in via Magenta 31, fu fondata attorno al 1891-95 e ospita oggi le collezioni artistiche permanenti dell'Ottocento e del Novecento. La collezione di Arte Moderna, da parte della città di Torino, ebbe inizio fin dalla fondazione del Museo Civico nel 1863, prima città in Italia a promuovere una raccolta pubblica di arte moderna. Tale collezione era custodita con le raccolte di Arte Antica in un edificio presso la Mole Antonelliana. Dal 1895 al 1942 fu esposta in un padiglione in Corso Siccardi (ora Corso Galileo Ferraris) che rimase distrutto durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale. Nello stesso luogo, iniziò la costruzione dell'edificio progettato da Carlo Bassi e Goffredo Boschetti che venne inaugurato nel 1959. La collezione di Arte Moderna venne spostata nei due piani della nuova costruzione, per volere del direttore Vittorio Viale. Negli anni Ottanta il palazzo fu dichiarato inagibile e riaprì dopo una lunga serie di restauri nel luglio1993. 


Ad oggi il patrimonio della galleria si compone di oltre 45.000 opere tra dipinti, sculture, installazioni e fotografie. Sono ospitati importanti rassegne e mostre monografiche ed è disponibile una ricchissima videoteca; dal 2009, inoltre, la collezione è stata riorganizzata non seguendo più la successione cronologica delle opere esposte bensì una trama logica di quattro concetti, all’interno dei quali personalità di vari ambiti culturali propongono una scelta ragionata di opere della collezione.
 
A breve distanza dalla GAM e dall’Unione Industriale, sita in via Vela, in Corso Galileo Ferraris 32 si trova dal gennaio 2001 la sede dello Juventus Football Club.
Nella sua storia, la Juventus ha avuto diverse sedi. La prima è stata quella di via Montevecchio nel 1898. Dopo brevi parentesi in via Piazzi 4 (1899), Via Gazometro 14 (1900-1902), via Pastrengo (1903-1904), via Donati 1 (1905-1906), via Carlo Alberto 43 (1919-1921), via Botero 16 (1921-1922), si cominciano a trovare sedi più durature: la prima, dal 1923 al 1933, al campo sportivo di corso Marsiglia, dove la squadra giocava in quegli anni. Per quasi un decennio (1934-1943) la sede sociale si spostò poi in via Bogino 12 per passare, dal 1944 al 1947, in corso IV Novembre 151 (l’attuale Circolo della Stampa). Dopo tanti cambiamenti, dal 1948 ad oggi la Juventus ha avuto solo altre quattro "case". Dal 1948 al 1964 la sede di piazza San Carlo 206, poi, nel 1965, il trasloco in Galleria San Federico 54 dove gli uffici rimasero per dieci anni, fino al 1985 quando, per ragioni di spazio, fu scelta la palazzina di piazza Crimea 7.  Nel gennaio 2001 l'azienda, in espansione anche a livello numerico, si trasferì nell'attuale sede.

Muovendosi in direzione di corso Montevecchio si incontra sulla sinistra al numero 27 di corso Stati Uniti, il Palazzo Ceriana-Mayneri, costruito da Carlo Ceppi nel 1884 e realizzato secondo una personale ed elegante interpretazione dell'architetto che incontrava grande fortuna presso la committenza dell'epoca. Il palazzo, contraddistinto dal portale su cui poggia un'ampia balconata, ospita al suo interno il Circolo della Stampa ed è sede di importanti convegni. 


Svoltando su Corso Montevecchio, uno dei più signorili del quartiere, si incontra il monumento a Galileo Ferraris (1847-1897), scopritore del campo magnetico rotante; la statua fu realizzata nel 1903 da Luigi Contratti (1868-1923) e posta nel 1928 all’angolo del corso dedicatogli. Il basamento è ornato con una sfinge alata e una fanciulla, allegorie dell’enigma della natura e della verità della scienza. Poco dopo sulla sinistra, al n. 35, una palazzina in mattoni e con le ringhiere grigie opera degli architetti Roberto Gabetti e Aimaro Origlio D’Isola (celebri con il binomio Gabetti & Isola) si differenzia dalle altre altre in stile liberty ed revival eclettico come il palazzo Pellegrini al n° 38. 



L’edificio artisticamente e architettonicamente più rilevante di corso Montevecchio è sicuramente Casa Maffei al n° 50: progettata nel 1904 dall’ingegnere Antonio Vandone di Cortemiglia, resta una delle migliori sintesi della cultura liberty, in cui "l’originale riflessione volumetrica che scandisce il plasticismo della facciata esalta le sinuose evoluzioni del gusto floreale."
Commissionato da Giovanni Maffei, uno dei più importanti agenti di cambio della città, il palazzo fu costruito fra il 1904 e il 1906 su progetto dell’ingegnere Antonio Vandone di Cortemiglia (1863-1937), significativo protagonista della stagione liberty torinese, trovando collocazione fra le palazzine signorili che allora sorgevano isolate nella porzione urbana compresa fra gli attuali corsi Stati Uniti e Montevecchio, al confine della zona di ville incentivata dalla lottizzazione delle piazze d’armi ottocentesche. Sebbene connotato da un impianto architettonico tradizionale, l’edificio si distingue per l’organizzazione tridimensionale della facciata scandita da un basamento bugnato su cui si dispiega l’alternanza di elementi in aggetto, collocati simmetricamente intorno al bow-window che evidenzia l’ingresso. Il tessuto ornamentale del prospetto è inoltre variegato da fluenti ferri battuti che legano i balconi, opera del maestro ferraio Alessandro Mazzuccotelli (1865-1938), al quale si deve anche il cancelletto interno al portone, mentre lo scultore Giovanni Battista Alloati (1878-1864) eseguì il fregio di bassorilievi con l’allegoria dello svolgersi della vita attraverso le fasi del giorno, raffinata testimonianza della cultura simbolista che permeò la poetica liberty. Espressione del concetto di opera d’arte totale, la casa Maffei resta non solo l’opera più riuscita di Vandone, ma anche una delle migliori sintesi della coeva temperie stilistica.

Questa, oltre ad essere prestigiosa area residenziale, è anche la zona degli studenti, che qui sono numerosissimi per la presenza di due celebri istituti superiori, il Liceo Galileo Ferraris (corso Montevecchio, 67) e l’Istituto Commerciale Germano Sommeiller (corso Duca degli Abruzzi, 20) i cui i edifici sono stati entrambi realizzati negli anni 20 in uno stile razionalista tipico del regime fascista, e il Politecnico di Torino, che da solo conta circa 20.000 studenti; la costruzione della nuova sede del Politecnico di Torino inizia nel 1950 dopo un ampio dibattito che ha animato architetti e ingegneri torinesi per tutta la prima metà del Novecento sulla localizzazione della Regia Scuola Politecnica sui terreni precedentemente occupati dallo Stadium (l’enorme stadio costruito per l’Esposizione del 1911, capace di 40.000 posti a sedere, fu demolito nell’immediato dopoguerra). 



Il progetto è redatto dall’Ufficio tecnico d’ateneo, coordinato da una commissione di docenti - in particolare dall’architetto milanese Giovanni Muzio (1893-1982), che ricopre la cattedra di composizione architettonica alla Facoltà di architettura - e dall’ufficio di progettazione della Fiat. L’esito è un complesso «scolasticamente funzionalista» - così come definito dagli storici Agostino Magnaghi, Mariolina Monge e Luciano Re - dall’impianto assiale, rigido nell’articolazione dei percorsi e gerarchico nella distribuzione degli spazi. Negli anni ottanta e novanta, per ottenere nuovi spazi ormai urgenti, si realizzano l’ampliamento verso corso Castelfidardo e la «finestra urbana» lungo la manica su via Peano, volume trasparente di collegamento verticale tra i piani. Con il Piano regolatore generale del 1995 si dà inizio al raddoppio del Politecnico, progettandone l’ampliamento oltre il fascio ferroviario divenuto viale della Spina (masterplan dello studio Gregotti Associati): la sede storica di corso Duca degli Abruzzi diventa parte di un vero proprio campus urbano, la Cittadella Politecnica (vd. itinerario 2 Cenisia).
Come già anticipato, in origine quest'area era adibita a scopi diversi tra cui quella di adunate militari. Sino al 1909, dopo Piazza San Carlo, Piazza Vittorio Veneto e San Secondo, la nuova Piazza d'Armi era compresa nell'area dell’attuale isola pedonale, comprendendo anche lo spazio occupato attualmente dal Politecnico dove, nel 1910, venne costruito il gigantesco Stadium. Quest'imponente impianto sportivo polivalente, capace di ben 70.000 spettatori, ospitò anche vari circhi e un’esibizione di Buffalo Bill e venne poi abbattuto alla fine degli anni Quaranta.



Nella zona antistante il Politecnico, vengono quindi tracciate le tre nuove direttrici, ovvero: Corso Duca d’Aosta, Corso Trento e Corso Trieste. Qui tra il 1903 e il 1937 viene realizzata la prestigiosa area residenziale che comprende prestigiosi edifici progettati dai maggiori protagonisti dell’architettura dell’epoca (Pietro Fenoglio, Giuseppe Momo, ...), caratterizzati da stilemi architettonici eclettici, neogotici e Liberty. Quest'area, racchiusa tra Corso Einaudi, Corso Duca degli Abruzzi, Corso Montevecchio e Corso Galileo Ferraris, fu resa pedonale il 9 agosto 1974 dalla giunta del sindaco Giovanni Picco.



In quest’isola incantata, apparentemente distante dal rumore e dai problemi della città, su corso Trento al n.13 trova spazio insieme alle residenze private anche l’Educatorio della Provvidenza, oggi centro di incontro culturale e sede di varie realtà formative e culturale, compreso un teatro, poco dopo all’11 il Villino Turbiglio, progettato da Ferdinando Cocito nel 1914, bizzarro edificio tra case nordiche in mattoni e condomini alla francese, prima del largo incrocio signorile con Corso Einaudi. Su questo incrocio si concentrano alcuni tra gli edifici più rilevanti del quartiere: villa Frassati in corso G. Ferraris 70 con la facciata neobarocca e il fastigio neobarocchi, villa Verrua all’angolo opposto della strada, conosciuta anche anche come "Cascina Rignon" (il ‘Verrua’ dal 1907), nella quale a fine Ottocento venne abbattuta l'ala rurale  che chiudeva ad Ovest il recinto della corte rustica, lasciando inalterata la palazzina civile e la recinzione dotata di significativo portale d'ingresso. A chiudere il cerchio, villa Gamna, opera 1905 del torinese Michele Frapolli, che riflette virtualmente la casa a crescent di due isolati a sud all’incrocio con Corso Re Umberto (vd. itinerario 1 Crocetta). 


Sull’asse di Corso Einaudi si incontra prima l’edificio di culto principale del quartiere, la Chiesa di Beata Vergine delle Grazie, costruita su progetto dell'arch. Ferrari d'Orsara nel 1887 nel gusto neo-medievale di fine Ottocento e bombardata due volte: il 20 novembre del 1942 e l’8 agosto del 1943 con danni ingenti alla copertura e agli infissi, e spostandosi a sinistra ci si inoltra nel centro commerciale a cielo aperto della zona: il Mercato della Crocetta, nato nel lontano 1927, ma solo un anno più tardi, il 23 febbraio 1928, trasferito dal corso Peschiera all’area compresa tra le vie Cassini, Marco Polo e il vicolo Crocetta, assumendo così la posizione centrale che occupa ancora oggi. Il suo successo ebbe inizio già nel dopo guerra supportato dalle interessanti proposte dei commercianti che richiamarono sempre più l’attenzione dell’alta società torinese. La sua fama in continua crescita raggiunse l’apice negli anni ‘70-’80, attirando nuovi clienti da tutto il nord Italia e dalla vicina Francia. Oggi il mercato Crocetta è un punto di riferimento per la moda e per gli accessori ma ha perso un po della sua allure di un tempo; ospita ormai da qualche anno la seconda domenica del mese un mercato dedicato con varie proposte anche nell’ambito del Vintage.



Abbandonando il mercato e passeggiando lungo via De Gasperi il quartiere riassume sembianze residenziale e commerciali più modeste, disseminato di negozi e bar dei quali quello architettonicamente più rilevante è quello nel palazzo di inizio novecento allo spigolo smussato con via Piazzi; vicino in via Colombo 31 ha sede il teatro Gioiello, particolarmente attivo negli ultimi anni tra spettacoli di cabaret, varietà e improvvisazione teatrale.



Il carattere residenziale del quartiere si fa ancora più modesto spostandosi verso via Pigaffetta, dove ai n.44 e 48, si incontra il nucleo delle case operaie della Martini & Rossi, costituito da tre corpi di fabbrica: il complesso per i dipendenti della Martini e Rossi fu realizzato tra il 1888 e il 1902 su progetto dell’ingegnere Camillo Riccio, il quale optò per edifici di dimensioni contenute improntanti a un’estrema semplicità. L’ingegnere noto per alcune realizzazioni di gusto eclettico nutrite di motivi stilistici desunti da rinascimento e barocco, oltreché per la realizzazione della Galleria del Nazionale fra la piazza del Conservatorio e corso Vittorio Emanuele II. Per le case operaie, egli scartò la soluzione dei grandi caseggiati a ‘caserma’, preferendo la tipologia dei fabbricati isolati, disposti perpendicolarmente alla strada e separati da cortili longitudinali. Innalzati su tre piani fuori terra, gli edifici sono strutturati in due alloggi per piano, ognuno dei quali composto da due o tre vani con servizi igienici interni, ad eccezione del livello strada che presenta locali da adibire a botteghe e negozi. Le facciate, modulate dall’alternanza di finestre e balconi, sono caratterizzate da una decorazione sobria con cornici intorno alle finestre e bugne graffite all’ultimo piano, prive di orpelli ornamentali analoghi a quelli che negli anni successivi sarebbero stati inseriti nelle case popolari, benché in genere filtrati attraverso un’opportuna stilizzazione. Sebbene circoscritto nell’agglomerato urbano, l’insediamento della Martini e Rossi può essere ritenuto un precoce esempio di quel filone di edilizia aziendale in cui confluì l’amalgama di propensioni paternalistiche e ragioni di controllo sociale che costituiva l’eredità morale dei villaggi operai.

A breve distanza l’altro importante edificio di culto del quartiere, la Chiesa di Santa Teresa di Gesù Bambino, detta Santa Teresina costruita nel 1958 con un tetto a linee spezzate e campanile a ciminiera, oggi ben evidente anche dal vialone della Spina davanti alla fontana Igloo di Mario Merz (vedi itinerario 2 in San Paolo).


Anche il complesso di case STAP (Società Torinese per Abitazioni Popolari) è tra i testimoni dell’origine popolare di questa parte del quartiere. Progettato nel 1903 da Pietro Fenoglio e Mario Vicarj, il complesso fu costruito per la cooperativa fondata nell’anno precedente su iniziativa del deputato e consigliere comunale Tommaso Villa; all’esterno sono caratterizzati da una commistione di moduli decorativi neoromanici e stilemi di gusto liberty.
Il complesso fu realizzato fra il 1903 e il 1907 per i soci della STAP, fondata nel 1902 su iniziativa dell’avvocato Tommaso Villa (1832-1915) deputato e consigliere comunale, appoggiato da esponenti di primo piano dell’imprenditoria e della vita culturale cittadina. A redigere il progetto furono gli ingegneri Pietro Fenoglio (1865-1927) e Mario Vicarj (1853-1927), in collaborazione con il celebre igienista Luigi Pagliani (1847-1932), tutti membri del consiglio direttivo. Ubicato su un terreno ricavato dall’antica cascina Crocetta, l’insediamento è costituito da tre corpi di fabbrica a quattro piani fuori terra, articolati in alloggi da due a quattro vani, con criteri igienici (luce, verde, servizi interni) da esempio alle successive generazioni di edilizia economica. Esternamente prevale un linguaggio di ispirazione neoromanica tipicamente piemontese fondato sull’impiego del mattone a vista in alternanza ad ampie fasce bianche, secondo un’impostazione che trova un riferimento immediato nell’esperienza dell’ingegnere Riccardo Brayda (1849-1911), nonché analogie con l’attività svolta dallo stesso Fenoglio nel campo dell’architettura industriale. I tondi ceramici, le mensole in litocemento e le decorazioni floreali avvalorano invece il richiamo a stilemi di matrice liberty, ribadito pure dai motivi che caratterizzano i ferri battuti dei balconi e delle scale, cosicchè le abitazioni popolari appaiono esclusive anche nella ‘città dei ricchi.’



Per una pausa gastronomica in zona, nella sua parte più modesta e popolare, l’indirizzo è via Cristoforo Colombo, 63: Trattoria L’OSTU; Il locale è quello classico da trattoria, con l'unica presenza (un po' stonata) di videogames/poker che poco si addicono al tipo di locale. I piatti proposti, tipici da osteria, sono buoni e serviti in dosi giuste; rapporto qualità-prezzo è ottimo in particolare a pranzo con menù a 7 euro comprendente un primo, secondo e acqua, ma anche con la scelta alla carta (nella quale è prevista una buona scelta di antipasti, primi, secondi, contorni e dolci) si resta sotto ai 15 euro a testa. Perfetto per una veloce, economica e soddisfacente pausa pranzo.
Se si vuole invece fare una scorta ‘golosa’ per la colazione, a poca distanza il laboratorio della Panetteria Pasticceria Luyss in Via Giovanni da Verrazzano, 26: friabili, croccanti e leggere soprattutto le fette biscottate per avere un dolce e sano souvenir della Crocetta!