lunedì 23 giugno 2014

San Salvario: multietnico con stile (e storia)


Borgo San Salvario (San Salvari in piemontese) è un quartiere storico della VIII Circoscrizione di Torino, molto vicino al centro storico cittadino, oggi noto soprattutto per la popolazione multietnica (sul suo territorio sono state contate quasi 100 nazionalità) e la vivace vita notturna,  delimitato a nord da corso Vittorio Emanuele II, a est dal fiume Po, a ovest dal tratto di ferrovia tra le stazioni Porta Nuova e Lingotto (Via Lugaro/Via Brugnone/Via Ribet, a ovest di Via Nizza) e a sud da corso Bramante.



Il toponimo deriva dal nome della chiesetta (e convento) omonima, posta su via Nizza angolo corso Marconi, a ridosso dei palazzi postali della vicina ferrovia di Stazione Porta Nuova. La chiesetta nacque col nome di San Salvatore di Campagna, o San Solutore (riferito allo stesso Cristo, quindi successivamente accorciato nel dialettale Salvari, Salvario) nel 1646, per volere di Madama Cristina, moglie del re Vittorio Amedeo I di Savoia, che desiderava un luogo di culto vicino alla loro residenza del Valentino. La chiesetta fu poi ampliata dal figlio di Carlo di Castellamonte, Amedeo, e divenne il convento dei Servi di Maria. La chiesa perse importanza quando, nel 1865, sorse un'altra importante chiesa della zona, la Santi Pietro e Paolo di Largo Saluzzo, oggi uno dei centri nevralgici, insieme a Piazza Madama Cristina, del quartiere.




L’edificio più storico ed architettonicamente più rilevante del quartiere è sicuramente il Castello del Valentino, le cui origini risalgono agli inizi del 1500. Nel 1564 Emanuele Filiberto di Savoia lo acquistò da un privato come dimora temporanea e venatoria, in ragione di una politica finalizzata alla costituzione di un sistema di residenze extraurbane della Corona. Dopo la prima ristrutturazione del 1577 e la seconda del 1590-91 diventò residenza preferita del duca e poi sede di rappresentanza della corte, oltreché luogo di loisir.Vittorio Amedeo I donò il castello a Maria Cristina di Francia (Madama Cristina), in occasione delle nozze, che lo adibì a dimora preferita soggiornandovi a lungo con la Corte, disponendo ulteriori lavori sostanziali di ampliamento. Il castello fu così completamente ristrutturato dal 1621 al 1660 da Carlo di Castellamonte e poi dal figlio Amedeo.




Oggi il castello si presenta con due facciate diverse: quella verso Torino ha le caratteristiche architettoniche dei castelli francesi del secolo XVII e del barocco italiano, mentre la facciata verso il fiume Po è lasciata in cotto. Da questa parte i sovrani e la corte scendevano al Po ed all’imbarcadero ducale. Gli ambienti al primo piano, cui si accede attraverso un doppio scalone, conservano l’antico splendore seicentesco, con ricchi stucchi ed affreschi allegorici commemorativi. L’ampio cortile è pavimentato in ciottoli chiari e scuri e conserva i suoi disegni di fine Seicento. La morte di Maria Cristina di Francia segnò un lento decadimento della dimora, alla quale vennero preferite nuove e più prestigiose residenze di “svago”.




Nel 1729 Vittorio Amedeo II adibì l’area a nord del castello ad Orto Botanico e a partire dal 1760 furono ricercate nuove destinazioni d’uso. Dopo aver ospitato durante la dominazione napoleonica la Scuola di Veterinaria, divenne la sede delle esposizioni dell’industria e dell’artigianato dal 1811. In una dépendance del castello si installarono nel 1833 la Scuola Militare di Ginnastica e nel 1837 la Società del Tiro a Segno. Il castello, in occasione dell’esposizione industriale del 1858, fu oggetto di una ristrutturazione su progetto di Domenico Ferri: furono costruiti due corridoi terrazzati collegati da una cancellata al posto dell’emiciclo d’ingresso, e fu aumentata la superficie utile, costruendo due gallerie espositive più larghe e a due piani in sostituzione dei portici che collegavano i padiglioni. L’esposizione del 1858 fu molto importante, sia per gli oltre 1500 espositori che vi parteciparono, sia perché fu la prima esposizione in Italia a carattere esclusivamente industriale. Dopo il 1860 il castello fu ceduto alla Scuola d’Ingegneria, cosicché oggi ospita le Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino.




S. Salvario è uno dei quartieri centrali più verdi di Torino, poiché nella sua parte orientale, cioè quella a ridosso con la sponda sinistra del Fiume Po, è situato il noto Parco del Valentino, sviluppatosi da parco di residenza estiva dei Savoia a parco pubblico, ricco di percorsi pedonali, locali e circoli, e che ospita altresì il castello omonimo, oggi sede della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, più il pittoresco Borgo Medievale.




Adiacente al Castello del Valentino, il già citato GiardinoBotanico fondato nel 1729 dal re Vittorio Amedeo II, parte integrante del Dipartimento universitario di Biologia Vegetale dell’Università di Torino, immerso nel verde del Parco del Valentino, oggi Parco naturale del Po. Di grande importanza per l’Ateneo Torinese, già negli anni Venti del secolo XIX esisteva l’attuale edificio con aranciera, serra calda e museo-erbario; nel 1830-40 venne allestito il “Boschetto”, arboreto con numerose specie esotiche. Ulteriori ampliamenti degli edifici adibiti a laboratori ed aule ridussero gli spazi dedicati alle serre. Riaperto al pubblico nel 1997, dopo ristrutturazione e riqualificazione scientifica di alcuni settori, oggi l’Orto Botanico presenta un’importante raccolta di piante medicinali cui si aggiunge un “catalogo”, pressoché completo, della flora spontanee a che cresce sul territorio piemontese. Con un’estensione di 27.000 metri quadrati lungo le sponde del Po, informa sulle caratteristiche di alberi, fiori, cespugli oltre ad offrire un’importante collezione di piante mediterranee come il corbezzolo, il mirto e il cappero. Una collezione libraria di 64 volumi riproduce fedelmente, attraverso iconografie ad acquerello, 7500 vegetali.


Lo sviluppo urbano intorno alla storica chiesetta San Salvario fu documentato già da delle carte del 1790, quindi già prima dello sviluppo urbano dal centro cittadino torinese, partendo dall'adiacente Borgo Nuovo sulla parte dell'attuale Corso Vittorio Emanuele II, laddove nascerà la "Porta Nuova" allo sbocco della "Via Nuova" (via Roma) e dove verrà fondata l'attuale stazione ferroviaria.
Da lì, usciva la strada che conduceva sull'attuale via Nizza e sul Corso detto, appunto, del "Valentino", poi ribattezzato Corso Marconi, e che arrivava fino al Castello del Valentino, cioè la residenza estiva dei regnanti torinesi. Per uno sviluppo vero e proprio del borgo bisogna però aspettare l'abbattimento della cinta muraria torinese nel 1840: a partire da quel momento, si svilupperà un quartiere residenziale della borghesia torinese; non sono infatti presenti industrie in quantità rilevante.
A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il quartiere ospitò ben due Esposizioni universali, di cui rimasero testimoni il complesso di Torino Esposizioni, più alcune palazzine sul corso Massimo d'Azeglio, che ospitano oggi parte della Facoltà di Medicina ed i corsi di laurea in Chimica e in Fisica dell'Università di Torino; in occasione dell'Esposizione Italiana del 1884 venne realizzato il cosiddetto Borgo medievale, mentre nel 1907 fu inaugurato il ponte sul Po di Corso Vittorio Emanuele II, dedicato a Umberto I, poi arricchito di statue nel 1911 per il Cinquantenario dell'Unità d'Italia. Il ponte sul Po di Corso Dante, opera dell'ingegnere Ghiotti e dedicato alla futura moglie di Tommaso di Savoia-Genova, la principessa Isabella di Baviera, è invece leggermente più antico, terminato nel 1880. Per il decennale della fine della prima guerra mondiale poi, fu decisa la costruzione di un terzo ponte sul Po di Corso Bramante, ponte terminato nel 1927 e dedicato a Vittorio Emanuele III, ma poi rinominato e dedicato al partigiano torinese Franco Balbis. Nel 1930 fu eretto un imponente Arco detto l'Arco del Valentino, dedicato all'Arma dell'Artiglieria e opera di Pietro Canonica.


Il Borgo e la Rocca medievali di Torino, realizzati fra il 1882 e 1884 da un gruppo di artisti e intellettuali coordinati dall'architetto portoghese Alfredo d'Andrade, costituiscono l'insieme di un museo, sia pure sui generis, dedicato all'architettura medievale. Le costruzioni del borgo riprendono edifici del XV sec. e sono ispirate a numerosi castelli del Piemonte e della Valle d'Aosta. Il borgo è, di fatto, più simile ad un sito archeologico-monumentale e nacque all'interno del Parco del Valentino come padiglione dell'Esposizione internazionale che si svolse a Torino dall'aprile al novembre del 1884. Destinato alla demolizione al termine dell'Esposizione Internazionale, divenne invece museo civico nel 1942. Si tratta di una riproduzione alquanto fedele di un tipico borgo tardo medievale in cui sono ricostruite vie, case, chiese, piazze, fontane e decorazioni dell'epoca circondato da mura e fortificazioni e sovrastato da una rocca. Nel borgo sono inoltre presenti sin dal 1884 botteghe artigianali: vasaio, tessitrice, speziale, falegname e fabbro. La Rocca è costituita da quattro piani: il piano interrato che ospita le prigioni; il piano terra invece l'ingresso, l'atrio, il cortile, il camerone dei soldati destinato ad ospitare i mercenari, le cucine e la sala da pranzo; il primo piano ospita la camera del guardiano che controllava l'accesso al ponte levatoio, l'antisala e la sala baronale, la camera da letto ispirata alla camera del Re di Francia del castello di Issogne, l'oratorio, la stanza della Damigella, e la cappella.

 Dell’ampio apparato di edifici costruiti per l’Esposizione Generale Italiana del 1898, organizzata a Torino per celebrare il cinquantenario dello Statuto Albertino, la Fontana dei Mesi è invece l’unico elemento architettonico ancora esistente. Secondo una vocazione che si stava consolidando dopo l’Esposizione del 1884, il luogo prescelto per ospitare la manifestazione fu il parco del Valentino e il prestigioso compito di progettare i padiglioni fu affidato a Carlo Ceppi (1829-1921). Architetto di grande importanza nell’ambiente culturale torinese, di Ceppi si ricordano il progetto dell’imponente edificio della stazione di Porta Nuova (elaborato con Alessandro Mazzucchetti) e diversi palazzi signorili del centro. Mentre gli altri edifici dell’Esposizione vennero costruiti in legno, gesso e tela, la Fontana dei Mesi ebbe una struttura permanente, costruita in “moderno” cemento. Si tratta di un’ampia fontana luminosa ornata da quattro gruppi statuari raffiguranti i fiumi torinesi (Po, Dora, Sangone, Stura) e da dodici statue femminili raffiguranti i mesi dell’anno. La critica la considera “una riuscita sintesi fra Eclettismo accademico ed apertura alle novità stilistiche e tecniche”.


Della fine del XIX secolo sono anche la Sinagoga ebraica, sita in via San Pio V, in quel tratto pedonalizzata per ragioni di sicurezza, dando così luogo alla Piazzetta Primo Levi, innalzata nel 1880-1884 dall'architetto Enrico Petitti, grazie all'allora comunità ebraica, che avevano rinunciato all'iniziale sito del loro tempio in quel che sarebbe poi diventata la futura Mole Antonelliana, e il Tempio Valdese, in c.so Vittorio Emanuele II, 23 progettato nel 1853 dall’architetto Luigi Formento con un sobrio stile neoromanico con influssi neorinascimentali particolarmente nell'interno.


La facciata del Tempio è divisa in due fasce sovrapposte da un cornicione scolpito a bassorilievo ed è affiancata da due esili campanili a pianta ottagonale, ciascuno terminante con una cuspide. Nella fascia inferiore della facciata, si trova il portale strombato con lunetta a tutto sesto; nella fascia superiore, invece, vi è una polifora composta da sette monofore intervallate da semicolonne con capitelli scolpiti e sormontata da un rosone circolare. L'interno del tempio è suddiviso in tre navate da due file di archi a tutto sesto poggianti su colonne corinzie. Sia la navata centrale che quelle laterali sono coperte con volta a crociera ed illuminate da monofore a tutto sesto. La navata maggiore termina con l'abside semicircolare, al centro della quale si trova il pregevole pulpito ligneo neogotico.


Le principali Chiese cattoliche del quartiere sono quattro: oltre alle sopraccitate chiese di San Pietro e Paolo e la prima chiesa, dedicata a San Salvario, la Parrocchia del Sacro Cuore di Maria e la Chiesa di San Giovanni Evangelista. La progettazione della Chiesa del Sacro Cuore di Maria, del 1889, è opera di Carlo Ceppi, forse il migliore degli architetti eclettici di Torino, che già aveva lavorato alle quattro cappelle neobarocche alla Consolata (1899), e che aveva costruito le chiese della Madonna degli Angeli e di San Gioacchino, nonché palazzo Ceriana. Ceppi, nell’ispirarsi all’architettura gotica, sviluppa e integra moderne tecniche costruttive e una fluente plastica decorativa, in particolare all’interno della chiesa.

Gravemente danneggiato in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, l’edificio venne ricostruito negli anni Cinquanta in conformità con il disegno originario. La Parrocchia del Sacro Cuore di Maria è stata citata anche dalla scrittrice Natalia Ginzburg nel suo libro Lessico familiare che, affacciandosi dalla sua casa di via Pallamaglio (oggi via Morgari), descriveva il Sacro Cuore di Maria come una “una brutta e grossa chiesa”.


La chiesa di San Giovanni Evangelista, sita in corso Vittorio Emanuele II al n. 13, nell'isolato fra via Madama Cristina e via Ormea, è una delle chiese che san Giovanni Bosco fece edificare nella Torino del XIX secolo. La chiesa è chiamata "San Giovannino" per distinguerla dalla cattedrale dedicata a San Giovanni Battista, patrono della città: Don Bosco la pensò a lungo, unitamente all'istituto annesso, perché riteneva che per incidere profondamente nella zona non bastasse l'oratorio San Luigi, che aveva fondato nel 1847. Il progetto della chiesa viene affidato all’architetto conte Edoardo Arborio Mella (1808-1884) che si ispira allo stile romanico lombardo (sec. XI e XII) e realizza un edificio a pianta basilicale a tre navate che può contenere fino a 2500 persone. All’ingresso una grande statua di Pio IX opera di Francesco Gonfalonieri (1830-1925) ricorda gli stretti legami spirituali tra Don Bosco e il Papa. La facciata, arretrata, crea un piccolo sagrato ed è dominata da un alto campanile. All’interno le decorazioni sono prevalentemente del pittore Enrico Reffo (1831-1917) e della sua Scuola.


Verso zona Corso Massimo d'Azeglio, si trovano alcuni edifici architettonici sedi di alcune Facoltà universitarie, di cui alcuni in stile liberty, quali il Museo di Anatomia Luigi Rolando in Corso Massimo d'Azeglio, 52, provvisto di una bizzarra stretta torretta medioevale, e che ospita, sul retro su Via Pietro Giuria, il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso; significativa testimonianza di architettura art-déco è l'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris in Corso Massimo d'Azeglio, 44 conn la massiccia facciata, con colonnato bianco, realizzato nei primi anni Trenta come centro ricerche SIP su progetto di Vittorio Eugenio Ballatore di Rosana.


San Salvario, salvo che per le prime officine Fiat, che dalla storica sede di Corso Dante/Corso Massimo d'Azeglio furono ben presto trasferite nella nascente sede Lingotto nel 1915, non nacque come un quartiere industriale. Inizialmente, lo sviluppo economico si accentrò solo sul lavoro di scarico merci sul lato orientale dell'adiacente ferrovia di Porta Nuova e l'unica industria di un certo rilievo, dal 1929, è stata la Microtecnica, in Piazzetta Graf, nel settore aerospaziale, oggi ancora attiva, ma assorbita dalla United Technologies Corporation. Il quotidiano torinese La Stampa, uno dei maggiori a livello nazionale, ha la sua sede (subito dopo la prima sede di nascita di Via Roma) proprio in questo quartiere, dapprima per molti anni in Via Marenco, vicino al Parco del Valentino e, dal 2012, in Via Lugaro.


Il quartiere ospita due mercati rionali, quello principale in piazza MadamaCristina e l'altro, più piccolo, in piazza Nizza (che durante i lavori della Metropolitana di Torino era ospitato provvisoriamente in corso Raffaello). La prossimità del centro e di Porta Nuova favorì, già da metà a fine Ottocento, la vivacità sociale e commerciale del “quadrilatero” di San Salvario. Rilevante, per lo sviluppo della vita economica del quartiere, fu il trasferimento, nel 1876, da piazza Bodoni a piazza Madama Cristina, del secondo mercato di Torino per dimensioni dell’epoca, dov’erano venduti anche gli ortaggi della vicina collina: il suo successo fu dovuto anche al rivolgersi a una clientela mista, più elevata di quella delle barriere e anche della media cittadina. Dal 1999 al 2001 sono stati realizzati nella piazza una serie di interventi di riqualificazione, quali il parcheggio interrato con 256 posti auto, la pavimentazione e la copertura dello spazio che ancora oggi ospita un ricco mercato cittadino e di tanto in tanto manifestazioni e feste di quartiere; dall’incrocio con via Galliari e quasi a fino a via Ormea rimangono i banchetti dei contadini che arrivano qui dalla collina o la prima cintura cittadina.


Su via Madama Cristina, l’arteria centrale del quartiere in direzione corso Marconi, si incontrano due curiosità del quartiere, dal significato mai svelato, contribuendo a conferire alla zona un’anima enigmatica e misteriosa: la “casa dei pipistrelli” al 19, con un enorme pipistrello a sostegno del balcone, e poco oltre al 29 la “casa dei draghi” progettata dall’ingegner Porta nel 1874, il cui portone in legno di ciliegio è sormontato da una pensilina di vetro retta due draghi in ferro battuto. Molto più chiaro il senso degli undici busti in bassorilievo che ornano la facciata dell’edificio ad angolo tra via Principe Tommaso e via Galliari: si tratta di prostitute giovani e ammiccanti che denunciano la funzione del palazzotto, che ospitava originariamente  ragazze compiacenti e i loro clienti; prosituzione diffusa in tutto il quartiere, fin dall’ttocento, differenziandosi nell’offerta a seconda delle vie, e contribuendo a fare del quartiere il Pigalle torinese così come dimostrato anche dai due cinema a luci rosse (pressochè gli ultimi in città) di via Principe Tommaso, il Metropol e il Maffei, a breve distanza, tra l’altro, dall’edificio con i busti delle signorine.


Tra i progetti architettonici contemporanei più interessanti della zona, quello dell’arch. Luciano Pia per la Scuola di Biotecnologie in via Nizza negli spazi dove si collocava l’ex Facoltà di Medicina veterinaria, di cui mutua le originarie impostazioni ad isolato, realizzato tra il 2004 e il 2006 dall’impresa DE-GA.

L’edificio si dispone nella successione di isolati di Via Nizza fiancheggiato da edifici storici del XIX secolo, tra cui la Chiesa del Sacro Cuore in mattoni che si riflette nelle alte e ampie vetrate. Con un fronte vetrato di 15 metri di altezza, il corpo di fabbrica si apre verso strada, lasciando che verso l’interno si dispongano intorno a quattro cortili i settori didattici e di ricerca per biotecnologia, chimica e immunologia. Il cortile di ingresso fiancheggiato dalla strada, lastricato e piantumato da pini, assume il ruolo di piazza, il filtro tra università e città. L’uso di calcestruzzo autocompattante consente spazi interni molto luminosi e conferisce carattere alla struttura. “Superfici senza fughe, a vista prive di qualsiasi imperfezione e caratterizzate da spigoli e angoli taglienti che definiscono una chiara geometria del corpo di fabbrica e del vuoto, donano al visitatore l’impressione dell’astrattezza dell’intero volume.





Altre realizzazioni architettoniche interessanti in zona, come la precedente vincitrici del premio Architetture Rivelate, le costruzioni per loft e abitazioni in via Saluzzo, 29 (Saluzzo 29) e La casa tra gli alberi sempre in via Saluzzo, 49.



Innumerevoli ormai i locali in zona, tuttavia con una diversa idea di socialità di fondo è La Casa del Quartiere, ospitata negli ex bagni pubblici di via Morgari 14, realizzati al principio del Novecento in stile liberty e ristrutturati secondo un progetto promosso e realizzato dall'Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus in partnership con Città di Torino, Fondazione Vodafone, Compagnia di San Paolo, Circoscrizione 8 e con un grande numero di enti no profit. La Casa del Quartiere è un laboratorio per la progettazione e la realizzazione di attività sociali e culturali che coinvolge associazioni, cittadini, operatori artistici e culturali; è uno spazio aperto e multiculturale, luogo di incontro e scambio di attività e persone. Alla Casa del Quartiere ci sono una caffetteria, una ciclofficina, un ufficio co-working, una banca del tempo, un orto, una sala riunioni, sportelli informativi e spazi di ascolto.


Per il percorso completo e ulteriori approfondimenti:
L'altra Torino. 24 centri fuori dal centro 



martedì 10 giugno 2014

Lingotto: il borgo che diventa città


Lingotto (Lingòt in piemontese) è un quartiere della IX Circoscrizione (che comprende anche Nizza Millefonti) situato a sud-est della città di Torino.
Il quartiere Lingotto di Torino è delimitato a nord (in corrispondenza della zona Borgo Filadelfia) da Corso Bramante, a est dalla linea ferroviaria di Torino sud (con la stazione Lingotto), confinante col polo multifunzionale del Lingotto, a ovest da corso Unione Sovietica e a sud da via Onorato Vigliani.
Il Lingotto nacque intorno al XV secolo come latifondo rurale tra Torino e Moncalieri, prendendo il nome dalla cascina agricola che sorgeva lungo l'antica strada di collegamento Grugliasco-Moncalieri, l'attuale via Passo Buole, al numero 60, in quella che oggi si chiama la zona Basse (per via delle case basse), e che dà oggi accesso all'adiacente zona di Torino Mirafiori Sud. A sua volta, la cascina Lingotto prese il nome dai nobili Lingotto (o Lingotti), già signori di Moncalieri, di cui ultimo estinto della dinastia fu tal Melchiorre detto il Marchiò, sindaco moncalieriese fino al 1559.
La zona passò poi al Cav. Emanuele Filiberto Panealbo fino al 1649, che la rivendette al Conte Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Mauriziano Giovan Battista Trucchi di Levaldigi (1617-1698), così come la più grande cascina della zona, detta La Generala, oggi sede del Carcere Minorile Ferrante Aporti.


Ma fu nel XVII secolo che il borgo si ampliò, arricchendosi di artigiani e contadini protetti sia dal dominio feudale di Vittorio Amedeo II di Savoia, sia dalla diocesi cattolica del beato Sebastiano Valfré, che evangelizzò gran parte della zona sud-est di Torino; fu in questo periodo che sorse l'antica chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, successivamente distrutta dai bombardamenti del 4 giugno 1944, e sostituita dall'attuale parrocchia Immacolata Concezione e San Giovanni Battista (consacrata nel 1978). Prospicente ad essa, in via Passo Buole,73 , sorgeva l'antica villa di Emilio Borbonese (archivista storico di fine Ottocento) oggi inesistente. Nel 1765 la frazione del Lingotto passò quindi al Conte Carlo Pietro Avenati, del ramo dei nobili Rebaudengo di Mondovì, e ultimo proprietario del Lingotto. Poi, intorno al 1845-1850, l'area fu sfruttata per la costruzione del passante ferroviario della linee ferroviarie verso sud. Quando Carlo Alberto di Savoia sovvenzionò la costruzione della linea ferroviaria per Genova, la zona fu successivamente popolata da pendolari e dipendenti della stessa. A tutt'oggi, il quartiere ospita la Stazione di Torino Lingotto, ristrutturata nel 1990. Oltre a La Generala, l’unica cascina ancora oggi esistente è la "Juva", nata come cascina Lingotto e afferente al castello, che sorgeva nell’omonimo feudo sin dal ‘500. Nel corso dei secoli, il complesso ha subito diverse modifiche fino a stabilizzarsi dalla fine del ‘700. La pianta rimase invariata fino alla metà del ‘900. Attualmente l’edificio è adibito ad attività commerciali e residenziali e l’unica evidenza che si conserva è un arco portale bugnato settecentesco visibile da Via Passo Buole.



Nel periodo fascista poi, sorsero i depositi dei Mercati Generali Ortofrutticoli di Torino sud, o altrimenti detti "Magazzini di vendita Ortofrutticola all'Ingrosso" (M.O.I.), un comprensorio dominato da una piccola torretta littoria sull'allora chiamata Piazza Balilla, poi rinominata Piazza Galimberti. I mercati generali rapresentano l’unico vero progetto razionalista realizzato a Torino: un macro “tassello” destinato ai servizi, caratterizzato dalla “reiterazione ad libitum delle navate in cemento armato ad andamento parabolico, le quali vengono a rispecchiarsi nel monoritmo della struttura del Lingotto”. I nuovi Mercati Ortofrutticoli all’Ingrosso furono inaugurati il 28 ottobre 1933 a Torino e il complesso, contrariamente al progetto iniziale che prevedeva la sua localizzazione nei pressi di Porta Palazzo, sorge nella zona sud della città, a due passi dalla stazione di smistamento e dalla dogana. L’affidamento dell’incarico per la costruzione dei Mercati generali su un’area di proprietà pubblica avviene tramite il bando di un concorso-appalto, vinto dall’impresa Del Duca e Miccone con un progetto dell’architetto istriano Umberto Cuzzi (1891-1973), da dieci anni operante a Torino.


Considerato tra i migliori esempi di architettura razionalista torinese e pubblicato sulle principali riviste del periodo, il progetto sfrutta la lunghezza del lotto compreso fra la via Giordano Bruno e il tracciato ferroviario disponendo parallelamente alla via due serie simmetriche di sette gallerie in calcestruzzo armato ad archi parabolici illuminate da sheds verticali, speculari rispetto alla piazza centrale interna, sulla quale si apre l’ingresso principale dei mercati sovrastato dalla torre dell’acqua. Lungo il perimetro del lotto su via Giordano Bruno, Cuzzi chiude lo spazio interno con una cortina di corpi direzionali a due piani, simmetrici rispetto all’ingresso. Gli ambienti interni si discostano da quelli della consolidata edilizia industriale, di struttura a schemi quadrati: ai Mercati generali la leggerezza delle arcate crea spazi quasi rarefatti, che qualificano in modo nuovo la loro funzione specifica, lo smercio quotidiano di frutta e verdura. Nel 2001 il complesso viene dismesso, quindi restaurato per accogliere parte del Villaggio dei Media in occasione dei Giochi invernali di Torino 2006.


Sempre nel periodo fascista, di forte espansione fu anche la zona a nord del quartiere, detta Borgo Filadelfia, dal nome della via omonima. Nel 1922 sorse infatti l'Antica Fabbrica del Chinino, complesso destinato alla creazione di prodotti medicamentosi ricavati dalla trasformazione di solfato di chinino, costituito da dieci capannoni che si estendono su una superficie di 7.000 metri quadrati. Trasferita parzialmente a Volterra durante la seconda guerra mondiale, l’attività produttiva riprende dopo la fine del conflitto e continua fino al 1956, anno di chiusura della fabbrica, che attualmente è sede della Polizia Municipale della IX Circoscrizione.


Sempre in zona lo storico Campo (di calcio) Torino nasceva con questo nome il 17 ottobre 1926 per volere del Conte Enrico Marone di Cinzano, allora presidente del club Torino F.C. Il progetto fu affidato all'ingegnere Gamba, insegnante al Politecnico torinese, e la costruzione fu eseguita dal commendatore Filippa. Fu inaugurato alla presenza del principe ereditario Umberto e della principessa Maria Adelaide, con la benedizione dell'arcivescovo di Torino Monsignore Gamba; lo stadio fu poi ribattezzato Stadio Filadelfia e ospitò le partite casalinghe del Torino Football Club fino al termine della stagione 1962-1963.



Il Filadelfia è legato indissolubilmente alle imprese del Grande Torino. Negli anni Quaranta, uscire imbattuti dal Filadelfia è considerata una vera e propria impresa: per più di sei anni il Toro non perde mai sul proprio campo fino alla tragedia di Superga del 1949 che mette fine alla leggenda del Grande torino (vd. itinerario Madonna del Pilone). Nel campionato 1958-59 il Torino viene retrocesso per la prima volta in serie B, lo stesso anno in cui gioca allo Stadio Comunale, abbandonando temporaneamente il Filadelfia che viene utilizzato come campo d’allenamento della prima squadra e come campo ufficiale per le gare interne della Primavera. Con il ritorno in serie A, il Torino riprende a giocare nel vecchio impianto, che abbandona definitivamente nel 1963. Lo Stadio Filadelfia fu colpito durante il bombardamento diurno del 29 marzo 1944 che fece crollare il primo piano dello stadio. Dal 1963 il Filadelfia venne utilizzato come campo di allenamento, ma il cattivo stato di conservazione dell’impianto, dovuto alla scarsa manutenzione, costringe nel 1994 la società a spostarsi a Orbassano. Negli anni Novanta, la situazione economica del Torino si aggrava, e nel giro di un decennio più proprietari si avvicendano alla presidenza della società granata. Molte sono le parole spese per la ricostruzione dello storico impianto; vengono anche presentati alcuni progetti di ricostruzione, tra cui uno da trentamila posti.
Nel gennaio 2008 è stata costituita una nuova Fondazione che si è impegnata a trovare i fondi necessari per la ricostruzione dello stadio e notizia di dicembre 2013 è il progetto di ricostruzione del luogo simbolo del Torino (due campi e un museo) arrivato sul tavolo di Comune e Regione con un contributo da Palazzo Civico di un milione di euro e una data d’inaugurazione: 4 maggio 2016. 



Borgo Filadelfia ospitava, inoltre, l'area dell'antica dogana ferroviaria di Torino sud delimitata dall'inizio di Corso Sebastopoli. Ristrutturata, oggi è usata come sede di uffici amministrativi e parte della caserma della Finanza, che termina con un palazzo eclettico all'angolo con Via Giordano Bruno. Un lungo tunnel stradale detto Sottopassaggio (o sottopasso) del Lingotto, scorre da Corso Giambone sotto tutta la linea ferroviaria, fino a Via Ventimiglia nella zona Nizza Millefonti. Costruito nel 1930, fu allargato a due corsie nel 1979, quindi aggiunto di un raccordo per Corso Unità d'Italia e il polo fieristico-commerciale Lingotto nel 1997. Oggi è parzialmente interrotto, a causa lavori del prolungamento della Metropolitana di Torino e del progetto del Grattacielo della Regione Piemonte.

Una radicale ristrutturazione del quartiere avvenne per le Olimpiadi Invernali Torino 2006: nel 2001 la sede dei Mercati Generali venne infatti spostata a Grugliasco (zona SITO Interporto), e il MOI (Mercato Ortofrutticolo all’Ingrosso) dismesso. Considerata la sua importanza storico-artistica, il complesso è stato restaurato per ospitare parte del Villaggio Olimpico in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006: il progetto del gruppo coordinato dall’architetto Benedetto Camerana ha destinato l’area ai servizi per gli atleti, mentre nelle zone circostanti sono state edificate alcune palazzine da i colori accesi a contrasto a uso residenziale per gli atleti durante le Olimpiadi.


Completava la ristrutturazione generale, la costruzione della Passerella Olimpica, che doveva collegare il Villaggio Olimpico con il centro polifunzionale del Lingotto. La sua funzione simbolica invece, fu quella di struttura innovativa, rappresentante il rinnovamento urbanistico del 2006 avvenuto in occasione dei giochi olimpici. Visibile da lontano, è una delle strutture più alte della città e il suo colore rosso lo distingue dal resto dell'impianto urbano, pur rimanendo nel tema dell'adiacente ex villaggio olimpico di Via G. Bruno/Via Zini. Il progetto fu realizzato da un gruppo di architetti e ingegneri guidati dall'inglese Hugh Dutton (HDA- Hugh Dutton Associés), ideatore del grande arco di sostegno. La progettazione richiese anche prove aerodinamiche effettuate in galleria del vento per verificare la resistenza alle correnti d'aria e studi antisismici. L'arco rosso è infatti alto 69 metri e lungo 55, pesa 460 tonnellate ed è sorretto da 32 fasci di cavi (chiamati tecnicamente stralli) con una lunghezza massima di 113 metri. Il principio strutturale è lo stesso della ruota di bicicletta, dove l'arco corrisponde al cerchione, gli stralli ai raggi, e l'impalcato del ponte al pignone. L'arco ha sezione triangolare, è inclinato per favorire la geometria degli stralli, ed è asimmetrico a causa dell'andamento incurvato della passerella. Le fondazioni sono profonde 20 metri ed hanno un peso di 162 tonnellate. La passerella pedonale è lunga 368 metri, ha un'altezza massima di 11,8 metri, comprende una campata unica di 156 metri senza appoggi, sostenuta da cavi, e altre due campate lunghe complessivamente 212 metri, con appoggi. L'Arco è stato costruito dall'ATI Sermeca S.p.a. e Falcone S.r.l. (mandataria). A parte la riconversione degli edifici più a sud, in corrispondenza di Via Pio VII e via Carlo Bossoli, nella sede dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente del Piemonte (ARPA),  a distanza di otto anni, dopo i fasti olimpici del 2006, purtroppo anche per la passerella olimpica l’'eredità delle Olimpiadi invernali si è rivelata molto pesante da gestire e tutta la zona (Torino Olympic Park) tra via Giordano Bruno, Via Zino Zini e Via Pio VII è lasciata per lo più al degrado con le facciate colorate scrostate, scritte sui muri e ascensori vandalizzati. 

Della riqualificazione del quartiere fa parte sicuramente il PAV - Parco di Arte Vivente, uno dei primi e pochi esempi in Italia di centri di ricerca attento al dialogo tra arte, scienza e natura, realizzato secondo i principi della bioclimatica e biotecnologia, costruito sull'area dapprima occupata dallo stabilimento Framtek. Il PAV, aperto dal 2008, è stato concepito come un'architettura verde dall'artista torinese Piero Gilardi e sviluppato con il paesaggista Gianluca Cosmacini, organizzato in ambienti e progetti quali "Bioma", un'opera di Piero Gilardi in cui il pubblico può interagire con alcuni elementi naturali o con l'installazione "Trèfle", la prima opera d'arte ambientale ideata al PAV dall'artista francese Dominique Gonzales-Foerster. Accanto a queste opere permanenti, si articola l'Art Program, diretto da Piero Gilardi e curato da Claudio Cravero, che prevede mostre temporanee negli spazi interni e la messa in opera di progetti site specific nel parco di circa 23.000 mq.

I centri dell’aggregazione sportiva giovanile, particolarmente numerosi in zona, sono le storiche società calcistiche A.S.D. V. Bacigalupo in Via Bossoli, 76/b, l'ACD Lingotto in Via Passo Buole 96 e le società di baseball Juve 98 e Grizzlies Torino, che si allenano nel campo a diamante di Via Passo Buole, 96. 
Discorso a parte merita l’HIROSHIMA MON AMOUR, nato nel 1987, in zona S.Salvario (via Belfiore 24) e spostatosi qui nel 1996 (via Bossoli, 83) nei locali abbandonati dell’ex scuola elementare Achille Mario Dogliotti; un nome che racchiude l'essenza di questo luogo: il cinema, la letteratura, la musica, l’antinucleare. La sua storia, in questi anni, è stata la storia della nuova musica italiana e internazionale, dal teatro comico, dei nuovi artisti che sul palco dell’Hiroshima hanno avuto le prime opportunità e che sono tornati, raggiunta la celebrità, nelle rassegne e nei festival promossi dalla nostra organizzazione. Pur mantenendo un occhio di riguardo per l'arte e le culture giovanili, Hiroshima Mon Amour è andata molto oltre la dimensione di locale di spettacolo, diventando nel corso degli anni un punto di riferimento nazionale ed internazionale per i grandi eventi e i festival: oltre che con le istituzioni pubbliche e gli enti locali, Hiroshima Mon Amour ha avuto come partner, tra gli altri, Smemoranda, il Museo Nazionale del Cinema, il Torino Film Festival, il Teatro Stabile di Torino, la Fiera Internazionale del Libro, Sergio Bonelli Editore, il Goethe Institut. Oggi, l’attività del centro spazia dall'ideazione artistica all'organizzazione e allestimento di eventi, in prevalenza concerti con artisti di richiamo nazionale e internazionale, programmando rassegne e stagioni teatrali, nightclubbing ed eventi esclusivi di spettacolo.


Lo spazio verde più grande del quartiere, nella zona denominata "Lingotto Vecchio", nucleo originario dell'attuale quartiere, è il Parco di Vittorio comunemente noto ai torinesi come Parco del Lingotto. Sull'attuale territorio occupato dal parco, per lo meno nella sezione a sud dell'asse di via Passo Buole, sorgeva il Cimitero del Lingotto, qui costruito nel 1788 per una legge che obbligava a spostare i campisanti fuori dai centri abitati.Dismesso il cimitero prima della Seconda guerra mondiale, su pressante richiesta della cittadinanza l'area venne adibita, nei primi anni cinquanta, alla sua attuale funzione di parco pubblico. La vasta area verde è divisa dall'asse viario di via Passo Buole; la parte a sud, quella anticamente occupata dal suddetto cimitero, è la più vasta; quella a nord, confinante con le sedi istituzionali della Circoscrizione 9, è informalmente nota con il nome de "I Pizzi", tradizionalmente luogo di ritrovo dei più giovani tra i frequentatori del parco (pur se è lì installato un gioco di bocce per gli anziani).

Il giardino pubblico è coperto nella sua quasi interezza dal verde; la presenza dell'antico cimitero, di cui alcuni alberi ornano ancor oggi vari angoli del quadrilatero, ha infatti contribuito a tenere distante l'edificazione frenetica particolarmente nel boom degli anni cinquanta e sessanta e tutto il parco brilla per la quantità e la qualità delle attrezzature per i bambini, per la presenza di un percorso ginnico, di piste di pattinaggio, fontane, passeggiate e un'ampia area per i cani.
La parte sud si caratterizza invece per un ampio laghetto artificiale con fontane, sormontato da un sovrappasso pedonale, con accanto la palazzina polifunzionale (ospita il Centro d'Incontro, ma anche mostre, gruppi giovanili, feste pubbliche e private) che funge da centro dell'intero parco.


Il nucleo originario del quartiere è proprio confinante con il Parco di Vittorio in prossimità di corso Traiano, lungo il quale si estende la maggior concentrazione di attività commerciali del quartiere.Qui ci si può concedere un ottimo gelato artigianale da Dario's in corso Traiano, 93, unico punto vendita a Torino del gelato prodotto artigianalmente a partire da panna e latte secondo le ricette della tradizione e cultura lattiero-casearia delle Fattorie Osella di Caramagna (CN): Dario, non a caso, è il nome proprio del fondatore e la gelateria un Carretto dei Sogni che ha realizzato a 75 anni dopo una lunga carriera di successo imprenditoriale. A breve distanza, dall'altra parte del corso, l'altra ottima gelateria artigianale storica della zona: la Gelateria Bussolari al n° 76.
Per una sosta gastronomica in zona la soluzione è pizza (napoletana) in una delle due sedi di quella che resta una delle migliori pizzerie di Torino: Cammafà nel locale in piazza Galimberti, 23/b (recentemernte ampliato in quanto originariamente nato essenzialmente per l'asporto e con soli quattro tavoli per il consumo in loco) oppure in quello da sempre più ampio di via Pio VII, 19 in corrispondenza del Villaggio Olimpico.

lunedì 12 maggio 2014

Falchera: vecchi (e nuovi) progetti di una moderna (ma vecchia) periferia



La Falchera (Farchera in piemontese) è un quartiere della VI circoscrizione di Torino, situato nell'estrema periferia nord della città e delimitato a nord e nord-est dalla Tangenziale Nord, a est e sud-est dalla ferrovia Torino-Milano (Stazione Torino Stura), a ovest dal raccordo autostradale Torino-Caselle e a sud dalla ferrovia Torino-Milano e dal torrente Stura di Lanzo. Sorta in un territorio a vocazione originariamente agricola e pastorizia (come testimoniano le molte cascine presenti in loco), la Falchera confina con i comuni di Mappano (lato nord) e Settimo Torinese (lato est) e con i quartieri di Villaretto (lato ovest) e Pietra Alta (lato sud). Per quanto riguarda la sua urbanizzazione, la zona risulta suddivisa in tre borgate (Borgo Vecchio, Falchera Vecchia e Falchera Nuova), che da Strada Provinciale di Cuorgnè si sviluppano in direzione est. Il versante ovest, dal canto suo, ha conosciuto una minore espansione urbanistica e architettonica (per lo più lungo Strada della Barberina) e presenta ampi tratti di territorio a tutt'oggi non urbanizzati.



Prima del secondo dopoguerra, il centro abitato del quartiere si sviluppava principalmente lungo Strada Provinciale di Cuorgnè, nella zona oggi nota come Borgo Vecchio, che contava un piccolo numero di case rurali, alcuni esercizi commerciali (botteghe artigianali, negozi di generi alimentari, un'osteria), una scuola elementare (la vecchia scuola di Ponte Stura, costruita nel 1898) e alcuni vecchi cascinali, fra i quali le cascine Gli Stessi (ormai demolita per far posto alla Falchera Nuova), le Ranotte (fra viale Falchera e via Tanaro), la Taschera (lungo Strada Cuorgnè) e la Falchera (anch'essa lungo la provinciale di Cuorgnè). Proprio a quest'ultimo edificio, risalente ai primi del Settecento e di proprietà della famiglia Falchero, deve il nome l'intero quartiere. Grazie all'ubicazione lungo la strada provinciale, il Borgo Vecchio era un punto sia di transito sia di sosta per quei commercianti che, con i loro carretti, portavano le merci dal basso Canavese ai mercati della città. Lungo la provinciale, inoltre, passava l'antica Canavesana (detta anche Tramway Torino-Leinì-Volpiano a vapore) che, dal 1883 al 1929, collegava la cintura nord di Torino al resto della città.



Al di là del Borgo Vecchio, vi erano poi altri edifici siti sia ad est sia ad ovest della strada provinciale, in particolar modo nel quadrilatero formato dalla ferrovia Torino-Milano, via Cuorgnè, strada Barberina e strada dell'Antioca e, a est, nell'area circostante le cascine Ranotte e Gli Stessi. In particolare quest’ultima, anche nota come Gli Istesi o cascina della Mensa Arcivescovile di Torino, di origine settecentesca e ancora attiva alla fine degli anni sessanta, venne abbattuta nei primi anni settanta per far posto al nuovo quartiere. A pochi passi dalla cascina, invece, si stendeva un boschetto molto fitto e al suo interno un piccolo specchio d'acqua, chiamato da tutti "laghetto", dal quale spesso si attingeva l'acqua per dissetarsi; nei medesimi anni, tuttavia, al posto del laghetto venne costruito il Centro Commerciale di Falchera Nuova, ancora oggi presente lungo via degli Abeti.

All'indomani della seconda guerra mondiale, di fronte alle necessità di "incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori", il Comitato di Attuazione dell'INA-Casa acquistò l'area a nord della ferrovia, ampiamente non urbanizzata, e sotto la direzione dell'architetto e urbanista Giovanni Astengo realizzò un quartiere ex novo, a tutti noto come la Falchera (oggi Falchera Vecchia). Costruito su terreni agricoli ai bordi dei confini comunali oltre la Stura, il nuovo quartiere fu progettato per essere un’unità satellite di 1.446 alloggi, del tutto autosufficiente (condizione rafforzata dalla posizione periferica rispetto alla città): la concretizzazione delle teorie sull’unità di vicinato, in quel periodo al centro dell’ampio dibattito che occupava gran parte della pubblicistica architettonica e urbanistica italiana. 


Il piano dell’insediamento fu redatto dagli architetti Giovanni Astengo (capogruppo), Sandro Molli Boffa, Mario Passanti, Nello Renacco e Aldo Rizzotti, già autori della proposta di sviluppo urbano di Torino lungo una direttrice nord-sud presentata nel 1947 nel Piano regionale piemontese. I blocchi residenziali, di altezza massima pari a tre piani fuori terra, erano disposti secondo una linea spezzata che generava una serie di corti aperte e che cercava la massima esposizione a sud delle facciate. Il piano definiva anche il tipo di muratura (laterizio a vista) e di copertura (a falde in coppi) degli edifici, richiamando i miti della tradizione locale come delle coeve esperienze nordeuropee, rielaborati in chiavi diverse dai vari professionisti, oltre agli stessi autori del piano, chiamati a progettare i singoli blocchi, tra gli architetti più riconosciuti e attivi del periodo: Ettore Sottsass Sr., Gino Becker, Augusto Romano. Tradizionali erano anche le tecniche costruttive, dettate – tra l’altro – da principi di economia di realizzazione. Il piano, consegnato nel 1951, venne successivamente fatto rientrare all’interno di un piano di ricostruzione approvato dal Ministero dei Lavori Pubblici nel 1954. Il carattere autonomo del quartiere, enfatizzato nel progetto iniziale dalla presenza di negozi, bar, uffici, un cinema, scuola, chiesa, si tramutò presto però in emarginazione dalla città, di cui doveva essere avamposto nel suo sviluppo verso nord. 


Attorno alla piazza, sul lato est, venne inaugurata successivamente nel 1957 la Parrocchia di San Pio X, con annesso l'ampio oratorio a tutt'oggi esistente, e negli anni furono realizzati diversi servizi quali, ad esempio, la scuola materna e la scuola elementare Antonio Ambrosini. Culturalmente avanzato, il progetto non incontrò però il gradimento di coloro che vi si insediarano visti i problemi di collegamento con la città e l’impossibiltà (vista l'effettiva carenza di strutture e servizi) di praticare l’autosussistenza. Dal punto di vista urbanistico, i nomi delle vie furono curiosamente ispirati al mondo delle piante, escludendo rispetto a questa logica solo il viale e la piazza centrali (viale Falchera e piazza Giovanni Astengo), oltre all'area sud-est del quartiere (quella circostante le cascine Ranotte), di impianto parzialmente ante-bellico. Quest'ultima area, in effetti, non fu interessata dal Piano INA-Casa e con l'andare degli anni si è sviluppata in maniera diversa rispetto al resto della Falchera Vecchia, essendo composta, fra l'altro, anche di alcune villette a schiera e di condomini di più recente costruzione (il tratto finale di via Tanaro, ad esempio, risale ai primi anni novanta). 



Altro intervento storico architettonicamente significativo in zona fu la costruzione delle case operaie SNIA Viscosa: primo villaggio operaio di Torino, parte del grande stabilimento per la produzione di fibre sintetiche della Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa (SNIA Viscosa) voluto dal finanziere biellese Riccardo Gualino. La Snia, già Società Italiana di Navigazione Italo-Americana, fondata nel 1917 da Gualino con Giovanni Agnelli e diventata poi la più importante produttrice di filati sintetici in Italia, avviò nel 1924 la costruzione del nuovo insediamento produttivo alle porte di Torino, nei pressi della programmata autostrada per Milano, che comprendeva fabbriche e uffici, e le abitazioni per gli operai. 


Sintesi tra le aspirazioni paternalistiche dei villaggi operai di fine Ottocento e i principi di organizzazione scientifica del lavoro, il progetto iniziale prevedeva la costruzione di 11.000 vani, destinati ad accogliere 15.000 tra operai e dipendenti diversi, dislocati in edifici distinti, lontani dalla città. In corso d’opera il villaggio fu poi drasticamente ridimensionato: il numero di vani scese a 576, per circa 800 dipendenti secondo il progetto dell’ingegnere Vittorio Tornielli, che vide la realizzazione di sedici case disposte a scacchiera di quattro piani ciascuna, con quattro alloggi di dimensioni minime per piano. Ambizioso nei suoi intenti, nella realtà il villaggio Snia scontò duramente la mancanza di attrezzature primarie (i servizi agli abitanti consistono in una chiesa, un asilo, un lavatoio e pochi negozi per la vendita dei generi di prima necessità) e soprattutto il forte isolamento rispetto al resto della città. Una separazione comune anche al quartiere Falchera Vecchia, di qualche anno successivo.


 
Nei primi anni settanta, a seguito del costante aumento demografico in città, il quartiere della Falchera venne ampliato nei suoi confini settentrionali, realizzando così un nuovo nucleo urbano a tutti noto come Falchera 2 o Falchera Nuova. Caratterizzata da edifici parzialmente a schiera (di 4 piani) e parzialmente a torre (di 10 piani), disposti in maniera lineare e dalle facciate rosse o bianche, la Falchera Nuova conobbe uno sviluppo urbanistico e architettonico diverso da quello della Falchera Vecchia (utilizzando per lo più sistemi di prefabbricazione); uno sviluppo che, come nel caso dell'INA-Casa per Falchera Vecchia, fu strettamente vincolato alle richieste Gescal e IACP. Già negli anni settanta il nuovo quartiere si dotò di strutture scolastiche e di servizi sociali e commerciali (lungo via degli Abeti) e nel 1976 inaugurò la Parrocchia di Gesù Salvatore.



Nell'area a nord-est della Falchera Nuova, in una porzione di territorio mai edificato, si stendono i cosiddetti laghetti della Falchera, due grandi specchi d'acqua artificiali che, assieme ai campi circostanti, costituiscono l'estremo confine nord-est del quartiere, a ridosso della Tangenziale Nord. È interessante notare che questi laghetti non sono sempre esistiti, ma come il resto della Falchera fanno parte di un processo evolutivo che ha accompagnato la storia del quartiere. Fino alla fine degli anni sessanta, in effetti, il terreno su cui essi sorgono si presentava come una grande spianata di terra in superficie; il territorio, tuttavia, è sempre stato molto acquitrinoso e ricco di acque sorgive nel sottosuolo. Al momento di costruire la Falchera Nuova, poco più a sud dell'area in questione, ci si rese conto che il terreno presentava delle difformità in fatto di livelli, cosa che rendeva difficile l'edificazione dei nuovi caseggiati. Si pensò allora di ovviare all'inconveniente estraendo terra e ghiaia da riporto dalla spianata a nord-est, così da riutilizzarla per livellare la superficie del nuovo quartiere in costruzione, portando quindi alla nascita degli odierni laghetti. La terra e la ghiaia rimossi produssero, infatti, un invaso molto grande nell'area di estrazione, facendo affiorare in superficie parte dell'acqua proveniente dal sottosuolo. Alla formazione dei laghetti, inoltre, contribuirono anche gli scavi per la costruzione della tangenziale nord, seguendo un processo simile a quello descritto per la Falchera Nuova. Nel corso degli anni, purtroppo, l'area dei laghetti è stata abbandonata all'incuria ma, così come per il resto della Falchera, è previsto nei prossimi anni un progetto di riqualificazione dell'intera zona, che dovrebbe vedere, almeno nelle intenzioni, la nascita di un parco urbano attorno ai laghi.



Fra i servizi dedicati alla cultura e all'informazione va  segnalata in particolare la Biblioteca Civicadi Falchera intitolata a Don Lorenzo Milani, che un tempo aveva sede in piazza Astengo - ex piazza Falchera, e che dal 28/3/2014 - data dell'ufficiale inaugurazione – è stata trasferita in via dei Pioppi 43, in un'ala un tempo appartenuta alla scuola elementare Antonio Ambrosini ed oggi completemante ristrutturata), e il giornale Gente di Falchera, un periodico locale che, dal 1993, offre uno strumento di espressione e coinvolgimento riguardo alle vicissitudini del quartiere. Nell'ambito dei servizi sociali offerti ai giovani va ancora ricordato il Centro per il Protagonismo Giovanile El Barrio (ospitato nella vecchia scuola di Ponte Stura in Strada Cuorgnè 81), spazio di "creatività e socializzazione" dedicato a "musica, arte, creatività, solidarietà internazionale, stili di vita, sviluppo sostenibile", nato nel 2002 sulla base di un parternariato tra privato sociale e Settore Politiche Giovanili della Città di Torino. I soggetti gestori sono rappresentati dalla  Cooperativa CISV Solidarietà, che dal 1994 conduce esperienze di solidarietà internazionale e di educazione allo sviluppo, e dall’Associazione M.I.A.O. Musica Internet Arte Oltre, che promuove la co-progettazione, l’aggregazione e la cultura per i giovani attraverso la musica, la gestione di una web radio (www.radiodigitale.info), l’organizzazione di eventi artistici e musicali (concerti, dj set, performance, etc.) e il lavoro in rete con altre realtà e associazioni di giovani. Grazie alla sua peculiare pianta urbanistica, la Falchera gode, poi, di molti spazi di verde pubblico, ai quali vanno aggiunti due parco giochi attrezzati, rispettivamente a Falchera Vecchia, in via delle Betulle, e Falchera Nuova, in piazzale Volgograd.



A causa della sua posizione estremamente periferica e isolata, la Falchera rimane tuttavia un territorio di poco passaggio per i non residenti, che l'attraversano principalmente da Strada Provinciale di Cuorgnè in direzione Torino o provincia. Questo, in sostanza, è dovuto allo sviluppo stesso del quartiere, che, in gran parte racchiuso nel quadrilatero ferrovia-autostrada-tangenziale-strada provinciale, è accessibile quasi esclusivamente dalla provinciale di Cuorgnè, se si esclude un accesso più indiretto che, tramite via Toce e un'appendice di via degli Ulivi, la collega a Settimo Torinese (attraverso un'area in parte agricola e in parte industriale): oggi, infatti, il quartiere si raggiunge imboccando un lungo viale fiancheggiato da tigli dalla strada provinciale per Cuorgnè, ma presto dovrebbe essere aperto un secondo accesso da corso Romania. Nel gennaio 2011 la Falchera è stata inserita dalla Città nel processo di trasformazione per la riqualificazione fisica, ambientale, funzionale e sociale dell'area Nord. Si tratta di un complesso di interventi che interessano gli spazi pubblici, gli edifici a servizio della collettività, la qualità ambientale e gli spazi verdi: nell'ambito di questo processo di trasformazione si inseriscono il risanamento dei laghetti (che prevede la sistemazione a verde pubblico attrezzato e la realizzazione di percorsi pedonali e ciclabili, aree di sosta, aree gioco) e il già citato trasferimento della biblioteca dalla piazza centrale alla nuova sede in via dei Pioppi 43, in un'area più baricentrica del territorio, facilmente raggiungibile anche da altre parti della città per la vicinanza della stazione FS TO-Stura, che in 15 minuti collega col Lingotto, e del capolinea della linea 4 GTT.



Si può fare un pasto genuino e tradizionale in zona presso la sopraccitata cascina Falchera che si trova  sul lato ovest di Strada Provinciale di Cuorgnè (n° 109). In origine la cascina apparteneva alla famiglia Falchero, che a partire dalla metà del Seicento fu tra le famiglie di maggior prestigio all'interno della Parrocchia di Lucento (comprendente un ampio territorio tra la Dora e lo Stura, oltre una parte dell'Oltrestura). Gestita a lungo dai Falchero, di cui si ricordano ad esempio i fratelli Giacomo e Francesco, proprietari nel 1790, col passare dei secoli la cascina cambiò proprietà finché, fra gli anni ottanta e novanta dello scorso secolo, l'Ufficio Tecnico del Comune di Torino modificò pesantemente il complesso rurale, allestendo al suo interno laboratori botanici e spazi didattici (a cura dell'Assessorato all'Ambiente in collaborazione con l'Assessorato all'Istruzione). Attualmente la Cascina Falchera ospita il "Centro di Cultura per l'Educazione all'Ambiente e all'Agricoltura della Città di Torino", una fattoria didattica con un'area dedicata all'allevamento e una alla coltivazione, un laboratorio di trasformazione alimentare, spazi polifunzionali e ricreativi, e una sala riunioni. Fanno inoltre parte della struttura un ristorante "La Dispensa", aperto venerdì sera, sabato pranzo/cena e domenica a pranzo con cucina tipica piemontese alla carta e un ostello.


Ritornando, invece, verso la città è d’obbligo una sosta, in particolare sotto Natale o Pasqua, da Gilber in via Cavagnolo, 18 che produce dal 1965 biscotti, panettoni e colombe (con la caratteristica glassatura di nocciole e mandorle) a Torino; nel negozio aziendale si possono trovare  biscotti di produzione propria (savoiardi, granellati, anicini, novara, amaretti, nocciolini e torcetti), cioccolato e altri prodotti tipici piemontesi di panetteria/ pasticceria artigianale che Gilber rivende.

Per il percorso completo e ulteriori approfondimenti:
L'altra Torino. 24 centri fuori dal centro